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04/Mar/2021

Le articolazioni zigoapofisarie, intese comunemente faccette articolari, sono strutture ossee vertebrali situate in sede posteriore del rachide spinale formate dalle apofisi superiori ed inferiori di due archi vertebrali contigui. La funzione delle faccette articolari, insieme al disco intervertebrale con il quale costituiscono l’unità funzionale vertebrale, è quella di connettere le vertebre tra loro guidandone i movimenti come fossero le rotaie di un treno, e limitandone i movimenti oltre un certo limite.

La sindrome delle faccette articolari è una condizione dolorosa su base meccanica provocata da alterazioni a carico delle articolazioni zigoapofisarie.
Esse sono formate da due superfici articolari ricoperte da cartilagine ialina, una membrana sinoviale e una capsula fibrosa.
Vari studi istologici dimostrano una ricca innervazione delle faccette articolari, in particolare evidenziano la presenza di meccanocettori a livello della capsula articolare in grado di trasmettere informazioni nocicettive e stimoli propriocettivi.

Le CAUSE che possono portare le faccette articolari a generare dolore sono:

  • Una degenerazione della cartilagine articolare e dell’osso sottostante
  • Un eccessivo stiramento della capsula articolare
  • Un trauma che può provocare la lesione della capsula articolare o della membrana sinoviale portando ad una instabilità vertebrale
  • Uno stile di vita sedentario e una cattiva alimentazione
  • Malattie reumatiche (artrite reumatoide, spondilite anchilosante)
  • Movimenti ripetitivi in estensione che provocano microtraumi ripetuti sull’articolazione, portando infiammazione, edema, dolore e blocco articolare con conseguenti contratture muscolari. Solitamente questo succede in soggetti che svolgono una professione che prevede l’uso degli arti superiori sopra la testa o in alcuni sport.

Il persistere di una condizione infiammatoria può causare l’iniziale degenerazione articolare con conseguente sviluppo di erosioni cartilaginee, sclerosi subcondrale, ipertrofia delle faccette e formazione di osteofiti (becchi ossei) che crescono alla periferia dell’articolazione e comprimono i nervi adiacenti.

Tipicamente il dolore che origina dalle faccette articolari è ben localizzato, ma in alcuni casi può essere irradiato alle strutture adiacenti.
In particolare a livello cervicale il dolore può essere irradiato al collo, alle spalle, e può causare cefalea.
A livello toracico può essere presente dolore dorsale irradiato in regione laterale.
A livello lombare il dolore si può presentare in regione glutea, ai fianchi o lateralmente e posteriormente agli arti inferiori, raramente il dolore scende oltre le ginocchia.

Per individuare una sindrome delle faccette articolari si esegue un esame clinico che evidenzia la presenza di dolore paravertebrale evocato da una palpazione profonda a livello delle faccette articolari interessate, che peggiora in stazione eretta, nei movimenti di estensione e rotazione e che invece migliora in posizione seduta o in flessione del rachide, in assenza di segni neurologici radicolari.
Oltre l’esame clinico anche la diagnostica per immagini può aiutare ad individuare una sindrome delle faccette articolari.
In particolare la radiografia può fornire informazioni sulla conformazione delle faccette articolari stesse, la TAC fornisce informazioni anche sulle strutture adiacenti, la RM è utile per escludere altre patologie come le ernie discali e le alterazioni del disco.

Per quanto riguarda il TRATTAMENTO questo ha come obiettivo la riduzione dell’infiammazione e del dolore locale, il recupero della mobilità ed evitare che questa sintomatologia possa ripresentarsi in futuro.

All’interno del Centro Fisioterapico Aurelio utilizziamo macchinari di ultima generazione per ottenere la risoluzione della sintomatologia.
Tra questi il LASERIX , un laser ad alta potenza che produce un effetto antalgico rapido e duraturo, un effettio antinfiammatorio ed antiedemigeno attraverso una stimolazione biochimica e photoanabolica profonda.
Dopo aver ottenuto la riduzione del dolore e dell’infiammazione svolgiamo un trattamento manuale che ha l’obiettivo di restituire mobilità al tratto del rachide interessato, riducendo le tensioni muscolari.
Vengono svolti degli esercizi posturali che andranno a rinforzare la muscolatura profonda di tutto il rachide, facendo lavorare nel modo corretto tutte le varie strutture, ristabilendo il corretto bilanciamento delle forze muscolari.

Terminato il percorso riabilitativo è possibile svolgere un lavoro di mantenimento all’interno della nostra palestra, con un professionista dedicato che insegnerà a gestire nel modo corretto il proprio corpo attraverso esercizi mirati e personalizzati, per evitare che la sintomatologia possa ripresentarsi in futuro.

Gabriele Simeone


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04/Mar/2021

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04/Mar/2021

L’ernia del disco è il risultato della fuoriuscita, dalla sua sede naturale, del nucleo polposo contenuto all’interno del disco intervertebrale; quest’ultimo rappresenta una sorta di cuscinetto ammortizzatore interposto tra una vertebra e l’altra.

Il nucleo polposo è costituito da tessuto spugnoso e, a sua volta, è contenuto in un involucro di cartilagine (anello fibroso). Il ruolo dell’anello fibroso è quello di tenere il disco intervertebrale ancorato alle sue due vertebre. Il nucleo polposo, quindi, viene a contatto con le strutture nervose contenute nel canale spinale (midollo spinale e radici).

In rapporto al grado di fuoriuscita del nucleo, abbiamo:

  • ernia contenuta: quando il disco presenta una sporgenza circoscritta nel canale vertebrale (l’anello è sfiancato ma non completamente rotto) e il nucleo polposo non ha superato il legamento longitudinale posteriore;
  • ernia protrusa, da non confondere con la protrusione: è una vera e propria ernia, che consiste nello spostamento parziale del nucleo, a livello del midollo spinale, che quindi rompe le fibre dell’anulus e il legamento posteriore, ma lo stesso nucleo rimane, seppur in parte, attaccato al centro del disco nel quale alloggia normalmente;
  • ernia espulsa o migrata: quando vi è rottura dell’anello fibroso e fuoriuscita nel canale vertebrale di materiale discale che va a migrare sotto o sopra la vertebra vicina.

L’ernia può interessare dischi dei tratti cervicale, dorsale o lombo-sacrale della colonna vertebrale:

a livello cervicale comporta solitamente dolore al collo e alla spalla, irradiato al braccio; a livello dorsale  può provocare dolore dorsale e dolore intercostale; mentre l’ernia lombare porta in genere dolore nella bassa schiena (lombalgia) che spesso prosegue fino all’arto inferiore, quindi può coinvolgere anche glutei, coscia, gamba e piede (sciatalgia). 

L’irritazione nervosa può comportare, inoltre, ipoestesia e parestesia lungo tutto il decorso del nervo compresso.

Tra le possibili cause dell’ernia del disco possiamo trovare:

  • alterazioni posturali
  • traumi 
  • cicatrici
  • Osteoporosi
  • Sollevamento di carichi eccessivi 
  • Posture scorrette sul posto di lavoro

Naturalmente anche l’invecchiamento, la perdita di elasticità dei dischi intervertebrali e il deterioramento della colonna aumentano le probabilità che si sviluppi un’ernia del disco.

Oltre a una visita medica ortopedica o fisiatrica, possono essere utili radiografia, risonanza magnetica o TAC della colonna vertebrale. 

Nella maggior parte dei casi è sufficiente ricorrere ad un trattamento conservativo (riposo, fisioterapia e farmaci) per ottenere la scomparsa della sintomatologia dolorosa.

Per quanto riguarda la fisioterapia si ricorre solitamente all’uso di mezzi fisici  per togliere l’infiammazione: quelli d’elezione sono la Tecarterapia, il Laser, la TENS, l’Ipertermia e gli Ultrasuoni.

Superata la fase acuta si può procedere con la Ginnastica Posturale che mira ad allungare, rendere più elastica e flessibile la muscolatura e la colonna stessa per ottenere, anche mediante dei “pompage”, una decompressione della radice nervosa interessata. 

È necessario tuttavia sottolineare che il protocollo riabilitativo può variare a seconda della soggettività del caso trattato.

Ad ogni modo se l’ernia causa disturbi neurologici e motori sempre più gravi e tali da compromettere lo svolgimento delle attività quotidiane, è necessario intervenire chirurgicamente.

 

 

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04/Mar/2021

Cos’è:

La Nevralgia di Arnold è un tipo di cefalea caratterizzata da episodi ricorrenti di crisi dolorose acute intense che originano in regione occipitale e possono estendersi alla parte anteriore del capo e alla regione oculare. 

Principali sintomi della Nevralgia di Arnold: 

  • episodi di dolore acuto e severo che origina dalla regione posteriore della testa ed esacerbato dai movimenti del tratto cervicale;
  • dolore che si estende all’occhio con visione offuscata;
  • fotofobia (fastidio alla luce);
  • fastidio ai rumori;
  • nausea e vomito;
  • disturbi dell’equilibrio.

 

Come:

La Nevralgia di Arnold o Nevralgia Occipitale è un tipo di cefalea occipitale causata dall’irritazione dei nervi grande e piccolo occipitale di Arnold.  Il nervo grande occipitale di Arnold origina dal ramo di divisione mediale della branca posteriore del secondo nervo cervicale (C2) ed è un nervo sensitivo deputato all’innervazione della cute e del cuoio capelluto della regione occipitale e dell’aponeurosi epi-cranica.

I soggetti affetti da Nevralgia di Arnold presentano crisi dolorose intense, unilaterali, intermittenti o continue, che originano in regione nucale e occipitale, fino a coinvolgere la parte anteriore del capo e la regione oculare. Aree della distribuzione sensitiva dei nervi grande e piccolo occipitale.

 

Sintomi: 

sintomi della nevralgia di Arnold comprendono episodi ricorrenti di dolore acuto e severo, di tipo pulsante o urente, descritto come tagliente, trafittivo, tipo scossa elettrica o pugnalata, che origina dalla porzione cervico-occipitale e si irradia anteriormente, seguendo il territorio di innervazione del nervo occipitale, fino a coinvolgere il sopracciglio e la parte posteriore dell’occhio. Quando il dolore si irradia a coinvolgere l’occhio è possibile la presenza di visione offuscata. Nella maggioranza dei casi il dolore è unilaterale, ma è possibile anche un dolore bilaterale specie se sono coinvolti entrambi i nervi occipitali.

La diagnosi di nevralgia di Arnold non è semplice, diverse affezioni portano come sintomo il mal di testa cronico. Quindi è necessaria una diagnosi differenziata, per non incorrere in una diagnosi diversa, con conseguenti tentativi di trattamento infruttuosi.

 

Cause:

La nevralgia di Arnold o nevralgia occipitale è causata da danni ai nervi occipitali, che possono derivare da traumatismi, stress fisici, contrazioni ripetute dei muscoli del collo, malformazioni del rachide cervicale, patologie degenerative-artrosiche o infiammatorie, conseguenze di complicanze mediche (es. osteo-condromi o altri tumori o metastasi che incrocino il decorso del nervo), trattamenti radioterapici al collo (anche dopo molti anni).

Il decorso del nervo occipitale di Arnold attraverso i muscoli della regione nucale è molto tortuoso: questo rende conto del fatto che la presenza di una contrattura muscolare (es. la contrattura del muscolo trapezio), di varia origine e anche in assenza di lesioni radiologiche a carico del rachide cervicale, può determinare la compressione del nervo ed essere causa sufficiente per determinare la sintomatologia dolorosa tipica della nevralgia occipitale.

Spesso la causa responsabile dell’irritazione del nervo occipitale resta comunque ignota, 

Le strutture anatomiche il cui danno è implicato nella patogenesi della nevralgia occipitale sono:

  • Lo spazio compreso tra la prima e la seconda vertebra cervicale (C1 e C2);
  • il legamento atlanto-assiale a livello dell’emergenza del ramo dorsale;
  • il bordo infero-laterale del muscolo obliquo inferiore del capo e la sua fascia di rivestimento;
  • la porzione profonda del muscolo trapezio nel punto in cui il nervo attraversa il muscolo;
  • l’inserzione del muscolo trapezio a livello della linea ducale superiore.

 

Diagnosi 

Fondamentale per la diagnosi di nevralgia occipitale è la clinica: una anamnesi scrupolosa e un attento esame obiettivo. Il dolore può essere evocato comprimendo una zona trigger che è il “punto di Arnold”, che corrisponde all’emergenza del nervo occipitale tra i muscoli nucali. 

Esami strumentali come: radiografia standard del rachide (Rx), risonanza magnetica nucleare (RMN)  possono rivelare la presenza di una causa organica ed escludere altre cause di cefalea, anche se spesso risultano non determinanti.

criteri diagnostici della Nevralgia Occipitale prevedono:

  1. Dolore unilaterale o bilaterale che soddisfi i criteri B ed E
  2. Il dolore è localizzato nella distribuzione del grande e del piccolo nervo occipitale
  3. Il dolore ha due delle seguenti tre caratteristiche:
    1. ricorrente in attacchi parossistici di durata da pochi secondi a minuti
    2. intensità severa
    3. lancinante, penetrante o trafittivo
  4. Il dolore è associato con entrambe le seguenti caratteristiche:
    1. disestesia e/o allodinia durante una innocua stimolazione dello scalpo e/o dei capelli
    2. una o entrambe le seguenti caratteristiche:
    3. dolenzia sulle branche del nervo affette
    4. zone grilletto all’emergenza del nervo grande occipitale o nell’area di distribuzione di C2
  5. Il dolore è attenuato temporaneamente dal blocco anestetico locale del nervo affetto.

Il dolore della Nevralgia occipitale, può raggiungere l’area fronto-orbitaria attraverso le connessioni inter-neuronali trigemino-cervicali nei nuclei spinali trigeminali. La Nevralgia occipitale deve essere distinta dal dolore occipitale riferito originante dalle articolazioni atlanto-assiale o dalle faccette articolari superiori o dalle zone grilletto dolenti dei muscoli del collo o delle loro inserzioni.

 

Trattamento 

Esistono diverse opzioni di trattamento per la Nevralgia di Arnold:

  • Trattamento farmacologico con FANS e anti-convulsivi, spesso questo è insoddisfacente o non sufficiente.
  • Manipolazioni, Fisioterapia, massaggi terapie fisiche per risolvere la contrattura muscolare.
  • Infiltrazioni di anestetici locali o corticosteroidi
  • Radiofrequenza con elettrodo elettrochirurgico: metodica, previo controllo radiologico, per produrre una termo-lesione del nervo.
  • Nei casi resistenti è possibile ricorrere all’intervento chirurgico, eseguito in anestesia locale, si seziona il nervo grande occipitale al di sotto della fascia dei muscoli nucali; la complicanza dell’’intervento è l’anestesia completa a livello del territorio di innervazione del nervo occipitale sezionato.

 

A chi rivolgersi:

In prima battuta è necessario eseguire una visita medica (fisiatra, neurologo o ortopedico), il quale formulerà la diagnosi avvalendosi, eventualmente, dell’ausilio di esami strumentali. Per il trattamento le figure di riferimento sono: l’Osteopata e il Fisioterapista.

Fonti: Trattato di Anatomia Umana Testut-Latarje; Atlante di Neuroscienze F.Netter; Internet Autori vari.

 

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Cos’è e come si cura.

L’epicondilite, meglio conosciuta come “Gomito del tennista”, è un’infiammazione acuta e molto dolorosa che interessa l’inserzione sull’osso del gomito dei muscoli epicondilei, che sono quelli che permettono l’estensione delle dita e del polso.

L’infiammazione dell’epicondilo può manifestarsi quando si compie un movimento ripetitivo e prolungato nel tempo al quale non si è abituati che costringe a contrarre continuamente i muscoli dell’avambraccio. L’epicondilite è una patologia piuttosto frequente infatti nelle casalinghe, nei pianisti, in chi lavora molte ore con il computer. L’elemento comune è rappresentato da un eccessivo utilizzo dei muscoli estensori delle dita e del polso.

Il sintomo principale è il dolore spontaneo, che aumenta molto alla pressione sulla zona dell’epicondilo e a volte tende ad irradiarsi sull’avambraccio, rendendo difficili anche le attività quotidiane.

Il dolore non regredisce mai spontaneamente; occorre smettere di effettuare sia il movimento che l’ha provocato, sia ogni altro sforzo che provochi dolore.

Può essere utile applicare del ghiaccio sulla parte interessata, assumere farmaci antinfiammatori e, a volte, utilizzare un tutore. Tutti rimedi, però, che possono solo aiutare a ridurre un dolore allo stadio iniziale, ma non ad eliminare l’epicondilite.

Se persiste la sintomatologia dolorosa è consigliabile effettuare della fisioterapia adeguata il prima possibile, per evitare fenomeni di cronicità, che possono allungare di molto la guarigione.

I trattamenti fisioterapici più efficaci sono la tecarterapia sulle inserzioni tendinee lungo le fasce dei muscoli interessati, la laserterapia per lo spiccato effetto antalgico, antinfiammatorio e biostimolante, gli ultrasuoni, le onde d’urto e l’ipertemia, a seconda della specificità del caso trattato.

Nel caso in cui le terapie strumentali non abbiano condotto ad alcun successo, si ricorre alle infiltrazioni cortisoniche, una alla settimana per tre settimane.

È tuttavia importante una valutazione accurata del dolore e del paziente in quanto può succedere che ciò che viene diagnosticato come epicondilite sia in realtà un dolore irradiato del tratto cervicale.

Infatti, poiché dal tratto cervicale fuoriescono le radici nervose che innervano tutto l’arto superiore, una disfunzione di movimento delle vertebre cervicali può provocare un mal scorrimento delle radici nervose che a loro volta proiettano dolore nel braccio, avambraccio, polso o mano.

È quindi consigliabile, per una diagnosi precisa, effettuare una visita ortopedica o fisiatrica o una valutazione fisioterapica.

 

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La fascite plantare è un’infiammazione della fascia plantare, detta anche aponeurosi plantare o legamento arcuato: si tratta di una robusta fascia fibrosa che collega la zona mediale del calcagno con la radice delle dita del piede.

Tale legamento è importante nella trasmissione delle forze del tricipite surale alle dita. Le sue caratteristiche visco-elastiche consentono di trasmettere l’energia derivante dall’esecuzione dei passi o dei salti, fornendo una spinta propulsiva.

La fascite plantare è la prima causa di dolore al tallone ed è una delle patologie di più frequente riscontro negli studi di Fisiatri e Ortopedici. Circa il 10% delle persone ne sono colpite  durante il corso della loro vita.

Quando, nel corso del ciclo del cammino, il piede si eleva sulle punte, col tallone sollevato dal suolo, la fascia plantare si distende: è facile intuire come continui movimenti che creino eccessive sollecitazioni a questo livello possano determinare una infiammazione della fascia. Nel mondo sportivo questa patologia è particolarmente frequente nel running, calcio, basket, rugby, danza, atletica leggera, ovvero in quegli sport che comportano spinte e salti che vanno a determinare un sovraccarico funzionale della fascia plantare.

 

Fascite plantare distale e prossimale

Centro Fisioterapico Aurelio fascite plantare

L’infiammazione e dolore possono localizzarsi a livello del calcagno, e in questo caso la patologia prende il nome di fascite plantare prossimale, oppure, più anteriormente, a livello del mediopiede, e in questo caso si parla di fascite plantare distale. In genere il dolore insorge

a livello del calcagno e, in assenza di trattamento, può estendersi prossimalmente migrando lungo l’avampiede fino a interessare tutta la pianta del piede, col risparmio delle sole falangi distali.

 

Cause 

Molteplici cause in genere contribuiscono all’insorgenza della fascite plantare.

particolari conformazioni anatomiche del piede: piede piatto o piede cavo.

Avere un piede piatto o cavo altera l’equilibrio delle forze fisiologiche che agiscono durante il cammino. Questo può accentuare le sollecitazioni sull’aponeurosi plantare.

Centro Fisioterapico Aurelio fascite plantare

  •  calzature inadeguate : indossare scarpe troppo larghe o troppo strette; eccessivamente morbide o rigide;
  •  sovrappeso e obesità : statisticamente le persone in sovrappeso o obese sono più soggette perché il piede deve sostenere l’intero corpo e questo aumenta le sollecitazioni sulla fascia plantare. Ad aumentare ancora di più i rischi è l’aumento di peso in breve tempo. Anche le donne in gravidanza sono soggette a questa patologia.
  •  sesso : statisticamente essere donna comporta un rischio maggiore; durante la gravidanza è più frequente sperimentare episodi di dolore acuto;
  •  attività fisica troppo intensa, sproporzionata o eccessiva rispetto al carico di allenamento abituale: una categoria a rischio sono gli sportivi che percorrono lunghe distanze di corsa o svolgono movimenti che sollecitano molto la fascia plantare come salti o scatti. Anche chi svolge lavori molto attivi o che prevedono di rimanere a lungo in piedi possono essere colpiti da questo disturbo.
  •  ipostenia (debolezza) dei muscoli della gamba : se i muscoli lavorano poco e male, il legamento arcuato sarà maggiormente sollecitato.

La fascia si allunga tutte le volte che ci solleviamo sulle punte e questo stiramento è tanto maggiore quanto il movimento è vigoroso. Più velocemente avviene lo stiramento e più è probabile che avvengano lesioni rappresentate da micro- rotture di alcune fibre che formano la fascia. Queste lesioni solitamente sono impercettibili e per nulla gravi ma necessitano di tempi piuttosto lunghi per essere riparate ma a lungo andare la ripetizione delle sollecitazioni porterà alla degenerazione del legamento e all’infiammazione.

La situazione che si verifica invece durante il riposo è l’opposta, i piedi sono rilassati e quindi il legamento arcuato si accorcia. Nel momento in cui si prova a camminare, il tessuto fibroso tende a rimanere contratto e per questo si prova dolore. Con il passare del tempo il movimento ne stimola l’allungamento favorendo così la regressione del dolore.

 

Sintomi

Il sintomo principale è il dolore alla pianta del piede, principalmente localizzato nella parte interna del tallone ma che può estendersi alla parte centrale del piede e all’avampiede fino a interessare l’intera pianta del piede a esclusione delle falangi distali.

Spesso il dolore si presenta in modo più severo al mattino, appena scesi dal letto oppure dopo lunghe pause in cui si resta immobili e tende a ridursi o persino scomparire a una dolce e progressiva mobilizzazione per poi ricomparire dopo uno sforzo, che può essere rappresentato da una corsa, lunghe passeggiate o semplicemente al termine della giornata.
Può manifestarsi come una “fitta”, molto intensa e di breve durata, oppure di più lieve entità ma più prolungata nel tempo.

Bisogna sottolineare che questo dolore, se trascurato, tenderà a trascinarsi nel tempo; è , dunque, importante diagnosticare e trattare tempestivamente questa patologia.

Se nel corso della fascite la fascia plantare continua ad essere stressata, questa puòarrivare alle micro-lesioni e poi addirittura a rompersi.
Tipici segni e sintomi della rottura della fascia plantare includono un clic o un rumoredi schiocco, un significativo gonfiore e un dolore acuto localizzato alla pianta del piede.

 

Diagnosi

Gli specialisti cui rivolgersi sono in primis il Fisiatra e l’Ortopedico. Nella maggior parte dei casi sono sufficienti una adeguata raccolta anamnestica e un attento esame clinico. Il medico dovrà escludere tutte le altre cause di dolore al tallone e, nei casi dubbi, potrà richiedere l’esecuzione di esami strumentali quali una Radiografia del piede, una TC o una Risonanza Magnetica.

Per la diagnosi di fascite plantare il medico valuterà:

  • eventuale presenza di edema, eritema, tumefazione
  • articolarità
  • tono, trofismo e forza muscolare
  • riflessi osteotendinei
  • sensibilità tattile

 

Terapia e cure

La maggior parte dei casi di è responsiva al trattamento conservativo. I principali rimedi per la fascite plantare a nostra disposizione sono:

  • riposo: evitare per qualche settimana le lunghe camminate, il rimanere a lungo in piedi e gli allenamenti intensi. Questo ridurrà l’infiammazione locale.
  • applicazione di ghiaccio locale: utile durante i periodi di riacutizzazione. Va applicato 3 o 4 volte al giorno per 10 minuti.
  • farmaci anti-infiammatori e anti-dolorifici: sia da assumere per via orale che da applicare localmente. Agiscono sulla causa, l’infiammazione!
  • ciclo di onde d’urto: questa terapia fisica è particolarmente indicata ed efficace. Sono necessarie in genere 3 sedute e l’effetto è apprezzabile al termine del ciclo. Il meccanismo d’azione è legato allo stimolo trofico sulla formazione di nuovi capillari sanguigni, in grado di eliminare le scorie nocive responsabili del processo infiammatorio.
  • altre terapie fisiche: sono efficaci anche ultrasuoni, ionoforesi, fonoforesi e massaggi.
  • esecuzione di esercizi di stretching: questo aiuta a distendere i tessuti adiacenti la regione infiammata,a ridurre il dolore e velocizzare i processi di guarigione.
  • indossare calzature adeguate ed eventualmente plantari: queste  riducono lo stress sulla fascia plantare, promuovono il processo di guarigione e minimizzano le probabilità riacutizzazioni della patologia.

Se le terapie conservative non hanno avuto successo, la patologia  può essere trattata chirurgicamente.

 

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La tendinite della zampa d’oca è un’infiammazione di tre tendini situati nella parte interna e posteriore del ginocchio: tendine del muscolo  sartorio, semitendinoso e gracile. Questi tendini stabilizzano l’articolazione, flettono la gamba e la intraruotano. Sotto i tendini della zampa d’oca si trova una borsa sinoviale.

È una delle più frequenti sindromi dolorose dei tessuti molli che colpiscono il ginocchio. Soprattutto negli sportivi che praticano la corsa, il ciclismo e lo step . È più comune nelle donne, negli obesi, nei pazienti affetti da valgismo del ginocchio e nei pazienti con diabete di tipo 2. La borsite cronica è comune nei pazienti con artrite reumatoide o malattia degenerativa delle articolazioni.

I sintomi classici sono il dolore e il bruciore nella zona bassa e interna del ginocchio, dove i tendini si inseriscono sulla tibia. Quando il disturbo comprende anche la borsa si parla di borsite e la zona appare edematosa. Il dolore è avvertito anche in condizioni di riposo, talvolta anche nel corso della notte, salendo o scendendo le scale oppure camminando su superfici piane.

Traumi ripetuti ed eccessivi stress in valgo o in rotazione del ginocchio o una contusione diretta possono causare borsiti e tendiniti dovute all’attrito dei tendini sulla borsa.

Per ridurre il dolore è necessario il riposo, come per tutte le tendiniti, e può essere di aiuto l’applicazione del ghiaccio. La fisioterapia, volta a togliere il dolore e a ridurre l’infiammazione, prevede la tecarterapia, il laser e, una volta terminata la fase acuta, si può iniziare lo stretching dei muscoli degli arti inferiori per evitare recidive. In alcuni casi si può ricorrere anche alla somministrazione di farmaci antinfiammatori non steroidei e/o alle iniezioni di corticosteroidi.

Maria Mercuri


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