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Con il termine Disordini Temporo Mandibolari (TMD) si indica una serie di disfunzioni cliniche che coinvolgono i muscoli masticatori, l’ATM (articolazione temporo mandibolare) e le strutture associate ad essa. Rappresentano una delle principali cause di dolore oro facciale e colpiscono più frequentemente le persone di età compresa tra 20 e 40 anni di età, con un’incidenza maggiore nelle donne rispetto che negli uomini.

L’articolazione temporo mandibolare collega la mandibola con l’osso temporale e ne regola il movimento durante le sue due funzioni principali, quali la masticazione e il linguaggio. Nello specifico è un’articolazione compresa tra i condili della mandibola e le fosse mandibolari presenti all’interno delle ossa temporali che durante l’apertura e la chiusura della bocca si muovono contemporaneamente. Tra il condilo mandibolare e la fossa mandibolare si interpone il disco articolare, una struttura biconcava che migliora la congruità delle superfici articolari, evita il contatto osso-osso e riduce la concentrazione degli stress di contatto in un punto dell’articolazione. Le strutture ossee sono stabilizzate dalla capsula articolare e sostenute dai legamenti durante i movimenti della mandibola.

Il paziente con TDM può riferire dolore a livello dell’articolazione temporo mandibolare e ai muscoli masticatori, limitazione articolare in apertura e traslazione laterale della bocca, crepitii e ‘click’ articolari, mal di denti, ma di testa, ronzii e fischi alle orecchie ma anche affaticamento della vista, difficoltà a mettere a fuoco gli oggetti, cervicalgia, capogiri e vertigini.

Tutti i sintomi sopraelencati possono intensificarsi in presenza di eventi quali stress psico emozionale intenso, il serrare i denti in maniera esagerata o mangiare cibi particolarmente duri; mentre possono migliorare con il riposo, con applicazione di calore sulle zone dolenti o assunzione di analgesici non steroidei.

Le cause dei disordini temporo mandibolari non sono ancora ben definite. Le ipotesi riguardano fattori genetici, anatomici e ormonali associati a traumi, variazioni occlusali, digrignamento eccessivo dei denti (bruxismo), serraggio dei denti e alla componente psico-sociale.

Nel 70% dei pazienti che mostrano una sintomatologia legata all’articolazione temporo mandibolare, è presente una dislocazione del disco. Nel momento in cui il disco esce dalla sua posizione corretta vi è spesso contatto osseo delle superfici articolari, il quale da inizio ad una usura sull’articolazione che è la causa primaria del peggioramento della patologia.

Al presentarsi dei sintomi è importante rivolgersi al proprio fisioterapista di fiducia che provvederà ad eseguire un’anamnesi, un esame obiettivo e vari test per individuare la disfunzione e impostare un percorso riabilitativo, con lo scopo di ridurre il dolore oro facciale, migliorare il range articolare dell’ATM e ristabilire un corretto equilibrio tra le varie forze muscolari.

A tal fine può essere eseguita una mobilizzazione dell’ATM in tutti i piani di movimento con tecniche intra ed extra buccali, un trattamento manuale del tratto cervicale e dorsale, un trattamento dei muscoli masticatori e relativi trigger-point, anche con l’ausilio di macchinari all’avanguardia quali Tecar e Laserterapia.

Al trattamento manuale potranno essere combinati degli esercizi attivi di stretching, di mobilità e rilassamento della regione mandibolare/cervicale ed esercizi posturali che il paziente potrà proseguire anche a casa per evitare recidive future.

FT Gabriele Simeone


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Spesso sentiamo parlare di ginnastica posturale, un termine che subito ci fa pensare ad un tipo di attività collettiva che prevede una serie di esercizi e che viene svolta nelle palestre.

Questo nel momento in cui un medico ci prescrive delle sedute di rieducazione posturale individuale non ci permette di capire l’importanza dell’individualità del trattamento e della necessità che sia eseguito da un fisioterapista qualificato. Naturalmente c’è una differenza sostanziale tra esercizi di ginnastica, impropriamente definiti posturali, ed una seduta di rieducazione posturale globale.

Confort, Postura e Dolore

Per iniziare è utile definire la parola postura: è l’atteggiamento abituale di una persona, determinato dal tono di gruppi di muscoli a vocazione statica che si oppongono alla forza di gravità. La postura è l’adattamento individuale all’ambiente fisico, psichico ed emozionale (Treccani).

Questa breve definizione sottolinea già l’aspetto dell’unità somato-psichica ossia la relazione tra la sfera fisica del corpo e la sfera emozionale: una persona timida o schiva avrà un atteggiamento posturale più chiuso rispetto ad una persona spavalda e sicura di se che andrà in giro a testa alta e petto in fuori.

L’altra informazione fondamentale che ci da la definizione è che ogni giorno i nostri muscoli antigravitari combattono durante tutto l’arco della giornata contro la forza di gravità. Questo fa si che la fisiologia, l’anatomia e la patologia di questi gruppi muscolari sia diversa da quella dei muscoli dinamici(quelli che entrano in azione nei movimenti di maggiore ampiezza). I muscoli antigravitari sono muscoli ricchi di fibre a contrazione lenta, tessuto connettivo e mitocondri (che sono la centrale energetica delle fibre e devono essere numerosi per mettergli di lavorare h 24).

Un’altra discriminante del nostro atteggiamento posturale è il confort. Ovvero il nostro sistema autonomo trova dei piccoli aggiustamenti posturali (che modificano la posizione delle articolazioni e la lunghezza muscolare) per far si che durante la giornata non sentiamo vari doloretti o dolori più importanti(magari dovuti ad un trauma).

Questa strategia inconscia fa sì che riusciamo a svolgere le nostre attività quotidiane senza troppi fastidi ma a che prezzo? Il prezzo è la perdita dell’armonia delle relazioni tra i vari segmenti corporei ed una modificazione della struttura fisica la quale comporta una modificazione della funzione (movimento di testa e collo, respirazione, movimento delle braccia o schema del passo a seconda del livello compromesso).

Tale cambiamento porta all’accorciamento ed alla rigidità dei muscoli antigravitari che porta a diminuzione della funzione dinamica, sensazione di debolezza muscolare, compressione articolare e quindi alla comparsa della sintomatologia dolorosa. È dunque evidente che un dismorfismo causi a lungo andare una problematica dolorosa, infatti statisticamente l’80% dei problemi dolori nasce da un dismorfismo.

La proposta terapeutica dell’RPG (riabilitazione posturale globale)

Il dolore quindi deriva da un cambiamento posturale che ha determinato un accorciamento dei muscoli antigravitari ed una modifica della struttura di una o più articolazioni che ora sono più compresse del normale.
Sembra evidente che gli obbiettivi del trattamento debbano essere:

  • Decompressione articolare
  • Allungamento dei muscoli accorciati
  • Ripristino dell’armonia articolare e della funzione

Durante la seduta il fisioterapista lavora con il paziente (che fa un lavoro attivo) tramite delle posture che evolvono in maniera progressiva e permettono grazie alla manualità del terapista ed alla collaborazione del paziente di allungare in maniera progressiva i muscoli accorciati, di correggere l’articolazione che da dolore e di riarmonizzarla in rapporto alle articolazioni vicine e lontane qualora mostrassero relazione con la zona del dolore (concetto di globalità: l’errata posizione della spalla può dare dolore alla cervicale). La progressione dolce ed armonica della postura e la manualità del terapista permettono:

  • di tenere sotto controllo il sintomo del dolore durante la seduta
  • una maggiore sicurezza per l’integrità di muscoli e articolazioni
  • mantenimento dei risultati

Applicazioni dell’RPG

La riabilitazione posturale globale trova larga applicazione a tutte le problematiche dolorose della colonna ed ai problemi ad essa correlati ma è applicata anche a tutte le problematiche dolorose articolari:

  • patologie cervicali e sintomi correlati (ernie, formicolio degli arti superiori, vertigini, cefalea)
  • Ipercifosi o dorso piatto
  • Iperlordosi o rettilineizzazione del rachide lombare
  • Ernie Lombari
  • Sciatalgia
  • Scivolamenti vertebrali (listesi)
  • Dolori delle grandi e piccole articolazioni: spalla, gomito, polso, anca, ginocchio, caviglia

Riassumendo abbiamo dei muscoli statici che opponendosi alla forza di gravita ed alla forza dei muscoli dinamici ci permettono di mantenere il corpo in equilibrio ed in posizione corretta. Quando questo equilibrio viene meno il corpo si deforma, i movimenti sono frenati e compare la sintomatologia dolorosa. L’RPG si pone l’obbiettivo eliminare il dolore restituendo l’armonia strutturale del nostro corpo.


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L’incontinenza urinaria da sforzo (IUS) è rappresentata dal passaggio di urina attraverso l’uretra, non mediato dalla volontà, in una situazione che prevede l’aumento della pressione addominale come per un colpo di tosse, uno starnuto, il sollevamento di un peso ecc.

Questa presenza di fughe può avvenire in tempi e luoghi inappropriati costituendo così un forte disagio per la persona.

L’approccio terapeutico dovrebbe includere delle modificazioni dello stile di vita della persona oltre che il trattamento fisioterapico. Queste devono comprendere il calo ponderale, infatti il peso determina un aumento della pressione addominale che grava sulla regione perineale; l’interruzione del fumo e la riduzione dell’assunzione di caffè, thè, superalcolici e bevande gassate, poiché questi sono degli irritanti per la vescica; mantenere o migliorare la stipsi; mantenere una buona attività motoria; evitare di trattenere a lungo la pipì per non provocare una sovradistensione e sfiancamento delle pareti vescicali (nonché perdite); svuotare la vescica anche quando non è presente un impellente stimolo minzionale.

Se oltre all’incontinenza è associato dolore, infezioni ricorrenti, sangue, disturbi dello svuotamento, prolassi ecc. è necessario fare prima una visita specialistica.

Può essere necessario ricorrere a prodotti di assorbenza in attesa di risoluzione che non devono rappresentare però la “soluzione al problema”. Infatti, una buona riabilitazione del pavimento pelvico può migliorare e spesso risolvere l’incontinenza.

La riabilitazione prevede esercizi per la presa di coscienza della muscolatura pelvica, esercizi di rinforzo, andando ad eliminare le sinergie o i compensi che non migliorano la contrazione in sé, esercizi che migliorano la respirazione diaframmatica ed esercizi posturali.

Importante non eseguire un esercizio spesso consigliato conosciuto come il Pipì-Stop, cioè l’interruzione del flusso durante la minzione.

M. Mercuri


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Che cosa è l’esame biometrico? Quale strumento utilizza?

L’esame baropodometrico è utile per studiare le pressioni che esercita il piede durante la camminata. Si tratta di un esame piuttosto semplice e per nulla invasivo, che viene svolto in assenza di radiazioni o campi magnetici.
In questo modo è possibile studiare la posizione che il piede assume quando viene appoggiato sul terreno, in totale sicurezza.

Nel 2006 la costruzione di una pedana (160 x 40 cm.) con 4 sensori per cm2 e l’integrazione di sistemi optoelettronici permette lo studio della postura e delle pressioni plantari e viene definita “Biometria digitalizzata”, ovvero un insieme di apparecchiature integrate con protocolli indagine specifici volte a studiare e a prevenire dal bambino all’adulto, la comparsa di disturbi che possono influenzare la postura, l’appoggio plantare, l’intera struttura corporea e quindi su distretti significativi come caviglia, ginocchio, anca, tratto dorsale, lombare, cervicale, oltre a tutti i muscoli interessati.

Strumenti e software

PODOSCANALYZER (Scansione del piede sotto carico)

L’esame di morfometria (computerizzato evidenzia aree di ipercheratosi, deformità digitali e condizioni dell’arco plantare. Effettua un’attenta misurazione di lunghezze e larghezze podaliche (retropiede, mesopiede, avampiede), con geometria degli angoli (arco interno ed esterno) e con calcolo in mm dell’effettiva altezza della volta plantare, utile per valutare grado di piattismo / cavismo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

BAROPODOMETRO ELETTRONICO ULTRASENSOR 3D

L’UNICA PEDANA CON 7 SENSORI PER CM2
L’Ultrasensor è una piattaforma baropodometrica brevettata lunga 2 metri e con alta risoluzione (65.536 sensori attivi) per effettuare una precisa analisi delle pressioni plantari da fermo e in deambulazione.
Permette lo studio dell’equilibrio corporeo fine (stabilometria clinica).

 

 

 

 

 

 

3D Bak (Body Analysis Kapture)

Test fondamentale per un attento studio della postura, per valuta affaticamenti articolari e dispendio energetico del paziente.
L’analisi presenta “stickgrams” globali, misura inclinazioni, lunghezze ed angoli, evidenziando asimmetrie (in mm e gradi), rotazioni e deviazioni della colonna vertebrale e del cammino.

 

 

 

 

 

 

OPTOELETTRONICA 3D (ricostruzione ossea del corpo)

Un sofisticato algoritmo di calcolo elabora tridimensionalmente la struttura scheletrica in ciascuna proiezione analizzata.
Questo elaborato permette di quantificare disallineamenti e deviazioni della colonna vertebrale), con rotazione delle singole vertebre, nonché lunghezza e rotazione degli arti inferiori, per determinare eventuali accorciamenti, frequenti nell’adolescente, oltre a misurare le varie catene muscolari.

 


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Che cos’è l’ozono?

L’ozono è un gas che, in natura, si forma nell’atmosfera grazie a scariche elettriche che modificano la struttura molecolare dell’ossigeno (O2), trasformandolo in O3.
Una Molecola di Ozono è quindi formata da tre atomi di ossigeno ed è instabile: uno dei tre atomi tende infatti a separarsi per unirsi ad altre strutture molecolari, facendo ritornare la molecola di Ossigeno (O2) alla sua forma stabile. Ma è proprio da questa instabilità che derivano le sue proprietà benefiche.

Effetti sulla salute

L’Ozonoterapia infatti consente di ridurre l’infiammazione e il dolore e in molti casi consente al paziente di ritornare alle normali attività della vita quotidiana senza dover ricorrere all’intervento chirurgico.

La somministrazione tramite infiltrazioni di ozono medicale attiva la circolazione in tutti i tessuti favorendo il rilascio dell’ossigeno, stimolando la rigenerazione e svolgendo così diverse azioni: analgesica, antinfiammatoria, antivirale, antibatterica, antimicotica e immunomodulante.

Nelle zone di corpo dove viene somministrato, l’ozono migliora la circolazione sanguigna, soprattutto il micro-circolo dei capillari, scioglie i grassi corporei (molto efficace contro cellulite e adiposità localizzate) e agisce contro i muscoli tesi e contratti. L’ossigeno-ozono terapia può essere un valido rimedio al problema sempre maggiore della resistenza dei batterei agli antibiotici.
Un fenomeno alimentato dall’abuso o dall’uso scorretto di farmaci che stimolano nei batteri la capacità di resistere alla loro azione.

L’ozono è in grado di annientare anche quei ceppi batterici contro cui si dimostrano inefficaci anche gli antibiotici più potenti in circolazione.

Come Viene Somministrata

L’ozono può essere somministrato in deversi modi, tutti certificati da protocolli medico scientifici autorizzati dalla Sioot e approvati dal Ministero della Salute:

Grande Autoemoinfusione:
si prelevano 100 o 200 cc di sangue da una vena del braccio del paziente.

Il sangue finisce in una sacca certificata. Senza Staccare l’ago del prelievo, un apposto dispositivo inserisce una miscela gassosa con il sangue prelevato.
Il laccio emostatico viene quindi tolto dal braccio del paziente, la sacca viene sollevata e il sangue riaffluisce nell’organismo del paziente, portando con sé l’ozono e tutti i suoi effetti benefici.

Piccola Autoemoinfusione: Il principio è lo stesso della grande autoemoinfusione, con la differenza che nella piccola sono prelevati pochi CC. di sangue dal paziente, arricchiti con la miscela gassosa di ossigeno e ozono e reiniettati con una siringa per via intramuscolare anziché per via endovenosa.

Iniezioni di Ossigeno-Ozono Sottocutanee, Intramuscolari e intrarticolari: La miscela di ossigeno-ozono viene iniettata in diverse quantità, in diversi modi e in diverse zone del corpo, in base alla patologia da curare.

Insufflazioni di Ossigeno-Ozono Rettali, Anali, Vaginali, Uterine e Uretrali: La miscela di ossigeno e ozono viene introdotta nelle rispettive zone attraverso dei piccoli cateteri. L’ozono entra così in contatto diretto con tessuti soggetti a infezioni, infiammazioni, irritazioni, dolori o altre condizioni di disagio.

Via Topica: si applica sulle mani, braccia, piedi e gambe. La zona interessata viene avvolta in un sacchetto isolante di materiale plastico in cui viene fatto affluire l’ozono.

Idropinica: il paziente beve regolarmente acqua ozonizzata e il suo organismo può cosi godere dei benefici globali dell’ozono.

Controindicazioni

L’ozonoterapia può presentare controindicazioni nelle seguenti categorie di persone:

  1. gestanti
  2. pazienti affetti da ipertiroidismo
  3. pazienti affetti da patologie a carico del sistema cardiovascolare
  4. pazienti che presentano malattie respiratorie
  5. pazienti con emopatie
  6. pazienti che presentano difetti della coagulazione del sangue

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La condropatia rotulea è una delle tante condizioni patologiche che interessano l’articolazione del ginocchio.

Il termine condropatia indica una sofferenza del tessuto cartilagineo attorno all’osso.

È caratterizzata da un disallineamento della patella sul femore, solitamente verso l’esterno, provocando una iperpressione della stessa sul femore.

Durante la flessione del ginocchio, la rotula scorre su un canale tra i due condili femorali (gola intercondiloidea) in questo modo il movimento avviene in maniera fluida e indolore, con minimo attrito possibile.

Un’alterazione anatomica come una rotazione di tibia o un valgismo delle ginocchia altera questo rapporto anatomico, modificando la biomeccanica dell’articolazione e provocando una condizione predisponente a questo tipo di patologie.

Solitamente la rotula si decentra verso l’esterno creando attrito sul condilo femorale che a seguito di un sovraccarico funzionale genera, nei casi più lievi, scrosci articolari e infiammazione, nei casi più gravi un danno alla cartillagine fino a volte a fissurarla (condromalacia).

È una condizione che si verifica più di frequente in coloro che praticano determinate attività professionali o sportive trattandosi di una patologia che vede nel sovraccarico funzionale (vale a dire la ripetizione esasperata e continua nel tempo di determinati gesti o movimenti) una delle principali cause scatenanti.

La diagnosi di condropatia rotulea è essenzialmente clinica (dolore sotto la rotula, sensazione di scricchiolio durante la flesso-estensione del ginocchio, necessità di raddrizzare l’arto, difficoltà nell’accosciarsi);
la conferma viene dall’esecuzione di radiografie e risonanza magnetica; quest’ultima è anche in grado di determinare la gravità del quadro.

Un trattamento conservativo è sufficiente a risolvere il problema.

Gli obbiettivi della terapia sono come sempre la riduzione del dolore e dell’infiammazione, riduzione dell’edema ove presente, il recupero dell’articolarità e della funzionalità del ginocchio, il ritorno all’attività sportiva.

Prima fase: obbiettivo riduzione del dolore

Riposo, crioterapia e terapia strumentale come tecarterapia, laserx, ipertermia.

Seconda fase: Obiettivo recupero della forza, allineamento rotuleo (correzione di eventuali difetti posturali di valgismo o intrarotazione femorale)

Abbiamo già descritto che l’allineamento del ginocchio e i suoi disturbi sono sempre una conseguenza di alterazioni dell’anca e del piede, per questi motivi, per permettere al ginocchio di tornare a lavorare con la sua corretta dinamica è necessario, innanzitutto, sbloccare queste articolazioni e rimettere in equilibrio il bacino e la colonna vertebrale.

A seguire è particolarmente indicato è il potenziamento muscolare  in quanto il movimento della rotula (che in condizioni normali scorre sul femore senza toccarlo) dipende dal quadricipite.

Si agisce di solito sul vasto mediale poiché è il muscolo che medializza la rotula, e il rinforzo dei muscoli abduttori/extrarotatori dell’anca come piccolo e medio-gluteo.

Terza fase: ritorno all’attività sportiva.

Ripresa di un graduale allenamento in palestra, lavoro propriocettivo e ginnastica posturale.

 

Michela Freddi


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Il trauma distorsivo di caviglia è un fenomeno sub-lussativo dell’articolazione tibio-tarsica durante il quale il compartimento capsulo-legamentoso della caviglia viene fortemente stressato.

Il principale legamento che si occupa della stabilità laterale della caviglia è il legamento peroneo astragalico anteriore; i traumi più frequenti sono in inversione di caviglia, quindi è il legamento più soggetto a lesione.

Come tutte le patologie muscolo-scheletriche vengono classificate in base all’entità del danno. Per evidenziare il grado di lesione del P.A.A è opportuno fare un esame obbiettivo ed indagini strumentali quali ecografia o risonanza magnetica della regione in questione.

Possiamo evidenziare 3 gradi di lesione:

Grado 1: grado lieve. Stiramento capsulare di entità lieve. Dal punto di vista clinico il cassetto e il tilting astragalico sono assenti.

Grado 2: grado moderato. Le strutture articolari hanno subìto sollecitazioni importanti, sono presenti cassetto e tilting astragalico di entità moderata.

Grado 3: grave. Rottura capsulare e/o dei legamenti periarticolari, con cassetto e tilting astragalico marcato.  A volte necessitano di intervento chirurgico riparativo.

Si manifesta in acuto con dolore vivo, localizzato a livello della zona anteriore del malleolo peroneale, che insorge durante la palpazione, tumefazione modesta o cospicua a livello periarticolare ed articolare, segno della rottura della piccola arteriola passante al di sopra del legamento peroneo-astragalico anteriore (segno di Robert-Jaspert), limitazione funzionale causata dal dolore che il paziente avverte durante i movimenti dell’articolazione, instabilità dell’ articolazione tibio-tarsica.

La maggior parte dei traumi distorsivi meritano un iter riabilitativo conservativo.

Dall’applicare un trattamento conservativo si escludono quei traumi che hanno generato una lesione della struttura scheletrica (fratture scomposte e/o articolari) e se esista un quadro di instabilità grave della caviglia.

Trattamento conservativo delle lesioni di P.A.A

Nella fase acuta si immobilizza l’articolazione con un tutore o bendaggio, ghiaccio e scarico dell’arto. Passate 2/3 settimane si può iniziare a mobilizzare e drenare la caviglia. In questa fase l’obbiettivo principale è la riduzione del dolore e il recupero della funzionalità della caviglia.

Ci avvaliamo a tale scopo di terapie strumentali quali tecar terapia e laser x o Power laser che ci consentono di accelerare i tempi di riassorbimento dell’edema e riparazione dei tessuti, agendo di conseguenza sulla riduzione del dolore.
Drenaggio e kinesi attiva e passiva per il recupero dell’articolarità completa e della funzionalità.

Nella seconda fase l’obiettivo è recuperare la forza muscolare e la stabilità della caviglia. Esercizi di rinforzo muscolare e di propriocettività ci permettono di rieducare la caviglia ad adattarsi in modo graduale alle sollecitazioni quotidiane fino a sostenere stress maggiori come la corsa, salti e terreni accidentati senza ricadere in eventuali recidive.

Terza ed ultima fase l’obiettivo è la stabilizzazione dei risultati. Iniziamo un allenamento in palestra con la supervisione dei nostri personal trainer per un ritorno all’attività sportiva in totale sicurezza.

Si propone pertanto un allenamento soggettivo e mirato per gli sportivi e non, inserendo il lavoro della caviglia in un lavoro globale mirato a correggere errori o compensi che potrebbero verificarsi durante l’esecuzione del gesto atletico ed educare ad una corretta distribuzione dei carichi sulle articolazioni.

 

 Michela Freddi


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Radicolopatia disco intervertebrale - Centro Fisioterapico AurelioLa radicolopatia, chiamata anche radicolite o neuropatia radicolare, è una patologia a carico del sistema nervoso periferico.
E’ provocata da un sovraccarico di pressione acuto o cronico su una radice nervosa o nella zona adiacente della colonna vertebrale, oppure da un’infiammazione di una radice nervosa spinale all’uscita dal forame vertebrale.

Le CAUSE più frequenti sono le patologie degenerative a carico del disco intervertebrale (es. ernia del disco, protrusione, discopatia degenerativa multipla), spondiloartrosi (cervicale o lombare), traumi della colonna vertebrale, artrite, spondilolistesi, ipertrofia legamentosa, degenerazione delle faccette articolari.

Meno frequentemente masse spinali (ascessi epidurali, tumori, meningiti spinali) possono manifestarsi con sintomi radicolari anziché con gli usuali sintomi della disfunzione a carico del midollo spinale.

Il diabete può provocare una radicolopatia dolorosa toracica o a carico delle estremità, dovuta all’ischemia della radice nervosa.
Anche patologie infettive possono colpire le radici nervose.

L’infezione da Herpes Zoster di solito causa una radicolopatia dolorosa con perdita della sensibilità a distribuzione dermatomerica e una caratteristica eruzione cutanea, ma può provocare anche una radicolopatia motoria con debolezza segmentale e perdita di riflessi.

Radicolopatia nervo sciatico - Centro Fisioterapico Aurelio

I SINTOMI e i segni clinici della radicolopatia si manifestano sia nella sede di origine dell’infiammazione, sia lungo il nervo e zona muscolare corrispondente (dermatomero).

Nella fase acuta si presenta una intensa sensazione di dolore aggravata da alcuni movimenti della colonna vertebrale che provocano una compressione irritativa nella zona interessata (ad esempio la sciatalgia è causata da una radicolopatia del nervo sciatico che origina dal plesso lombosacrale), parestesia (formicolio), ipotonia muscolare, crampi, spasmi, stanchezza, fascicolazioni, deficit motori, fino ad arrivare all’abolizione dei riflessi (areflessia).

Nella maggior parte dei casi prevale il dolore, sintomi sensitivi e lievi sintomi motori.

Nei casi più gravi il dolore compromette la mobilità quotidiana del soggetto.

Se la compressione radicolare si ha a livello cervicale i sintomi sono irradiati a spalle, braccia e mani.

Se la compressione radicolare si ha a livello lombare i sintomi sono irradiati a glutei, gambe e piedi.

Radicolopatia cervicale - Centro Fisioterapico AurelioLa DIAGNOSI di una radicolopatia viene fatta dal medico specialista (ortopedico, fisiatra, neurologo) che attraverso l’anamnesi, il racconto del paziente che può riferire sintomi di dolore, intorpidimento e debolezza coerente con la distribuzione di una determinata radice nervosa e l’esecuzione di vari test che evocano la sintomatologia, arriva a sospettare la presenza di una radicolopatia.

Per individuarne la causa sono necessari esami diagnostici come RX, Risonanza Magnetica, TC che evidenziano degenerazione, malattie artritiche o lesioni responsabili dei sintomi.
L’elettroneurografia e l’elettromiografia possono essere utili, invece, per valutare la velocità di conduzione nervosa e la funzionalità dei muscoli interessati.

 

Il TRATTAMENTO varia in base alla gravità della sintomatologia del paziente.

In questa fase è utile coadiuvare l’uso dei farmaci con la fisioterapia che attraverso terapie fisiche quali ULRASUONO, IPERTERMIA, TECARTERAPIA, LASERIX contribuisce a ridurre l’infiammazione e l’edema, ove presente, della zona interessata.

Successivamente alla riduzione del dolore e dell’infiammazione, sempre con l’aiuto del fisioterapista si lavora sulla mobilità articolare, ridotta dalla sintomatologia dolorosa, e sul ripristino di un equilibrio posturale e muscolare che dia stabilità e favorisca movimenti corretti.

Se il paziente, invece, presenta un dolore cronico gli antinfiammatori sono spesso solo parzialmente efficaci.

E’ utile invece, un lavoro conservativo con il fisioterapista per ottenere una decompressione articolare delle zone interessate, un atteggiamento posturale corretto e una tonicità muscolare che possa sostenere la struttura del paziente stesso.

Nei casi in cui il dolore è intrattabile può essere necessaria la decompressione chirurgica.

 

FT Gabriele Simeone


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Le articolazioni zigoapofisarie, intese comunemente faccette articolari, sono strutture ossee vertebrali situate in sede posteriore del rachide spinale formate dalle apofisi superiori ed inferiori di due archi vertebrali contigui.

La funzione delle faccette articolari, insieme al disco intervertebrale con il quale costituiscono l’unità funzionale vertebrale, è quella di connettere le vertebre tra loro guidandone i movimenti come fossero le rotaie di un treno, e limitandone i movimenti oltre un certo limite.

La sindrome delle faccette articolari è una condizione dolorosa su base meccanica provocata da alterazioni a carico delle articolazioni zigoapofisarie.

Esse sono formate da due superfici articolari ricoperte da cartilagine ialina, una membrana sinoviale e una capsula fibrosa.

Vari studi istologici dimostrano una ricca innervazione delle faccette articolari, in particolare evidenziano la presenza di meccanocettori a livello della capsula articolare in grado di trasmettere informazioni nocicettive e stimoli propriocettivi.

Le CAUSE che possono portare le faccette articolari a generare dolore sono:

  • Faccette articolari - Centro Fisioterapico AurelioUna degenerazione della cartilagine articolare e dell’osso sottostante
  • Un eccessivo stiramento della capsula articolare
  • Un trauma che può provocare la lesione della capsula articolare o della membrana sinoviale portando ad una instabilità vertebrale
  • Uno stile di vita sedentario e una cattiva alimentazione
  • Malattie reumatiche (artrite reumatoide, spondilite anchilosante)
  • Movimenti ripetitivi in estensione che provocano microtraumi ripetuti sull’articolazione, portando infiammazione, edema, dolore e blocco articolare con conseguenti contratture muscolari. Solitamente questo succede in soggetti che svolgono una professione che prevede l’uso degli arti superiori sopra la testa o in alcuni sport.

Il persistere di una condizione infiammatoria può causare l’iniziale degenerazione articolare con conseguente sviluppo di erosioni cartilaginee, sclerosi subcondrale, ipertrofia delle faccette e formazione di osteofiti (becchi ossei) che crescono alla periferia dell’articolazione e comprimono i nervi adiacenti.

Tipicamente il dolore che origina dalle faccette articolari è ben localizzato, ma in alcuni casi può essere irradiato alle strutture adiacenti.

In particolare a livello cervicale il dolore può essere irradiato al collo, alle spalle, e può causare cefalea.

A livello toracico può essere presente dolore dorsale irradiato in regione laterale.

A livello lombare il dolore si può presentare in regione glutea, ai fianchi o lateralmente e posteriormente agli arti inferiori, raramente il dolore scende oltre le ginocchia.

Per individuare una sindrome delle faccette articolari si esegue un esame clinico che evidenzia la presenza di dolore paravertebrale evocato da una palpazione profonda a livello delle faccette articolari interessate, che peggiora in stazione eretta, nei movimenti di estensione e rotazione e che invece migliora in posizione seduta o in flessione del rachide, in assenza di segni neurologici radicolari.

Oltre l’esame clinico anche la diagnostica per immagini può aiutare ad individuare una sindrome delle faccette articolari.

In particolare la radiografia può fornire informazioni sulla conformazione delle faccette articolari stesse, la TAC fornisce informazioni anche sulle strutture adiacenti, la RM è utile per escludere altre patologie come le ernie discali e le alterazioni del disco.

Per quanto riguarda il TRATTAMENTO questo ha come obiettivo la riduzione dell’infiammazione e del dolore locale, il recupero della mobilità ed evitare che questa sintomatologia possa ripresentarsi in futuro.

All’interno del Centro Fisioterapico Aurelio utilizziamo macchinari di ultima generazione per ottenere la risoluzione della sintomatologia.

Tra questi il LASERIX , un laser ad alta potenza che produce un effetto antalgico rapido e duraturo, un effettio antinfiammatorio ed antiedemigeno attraverso una stimolazione biochimica e photoanabolica profonda.

Dopo aver ottenuto la riduzione del dolore e dell’infiammazione svolgiamo un trattamento manuale che ha l’obiettivo di restituire mobilità al tratto del rachide interessato, riducendo le tensioni muscolari.

Vengono svolti degli esercizi posturali che andranno a rinforzare la muscolatura profonda di tutto il rachide, facendo lavorare nel modo corretto tutte le varie strutture, ristabilendo il corretto bilanciamento delle forze muscolari.

Terminato il percorso riabilitativo è possibile svolgere un lavoro di mantenimento all’interno della nostra palestra, con un professionista dedicato che insegnerà a gestire nel modo corretto il proprio corpo attraverso esercizi mirati e personalizzati, per evitare che la sintomatologia possa ripresentarsi in futuro.

 

Gabriele Simeone


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