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Con il termine Disordini Temporo Mandibolari (TMD) si indica una serie di disfunzioni cliniche che coinvolgono i muscoli masticatori, l’ATM (articolazione temporo mandibolare) e le strutture associate ad essa. Rappresentano una delle principali cause di dolore oro facciale e colpiscono più frequentemente le persone di età compresa tra 20 e 40 anni di età, con un’incidenza maggiore nelle donne rispetto che negli uomini.

L’articolazione temporo mandibolare collega la mandibola con l’osso temporale e ne regola il movimento durante le sue due funzioni principali, quali la masticazione e il linguaggio. Nello specifico è un’articolazione compresa tra i condili della mandibola e le fosse mandibolari presenti all’interno delle ossa temporali che durante l’apertura e la chiusura della bocca si muovono contemporaneamente. Tra il condilo mandibolare e la fossa mandibolare si interpone il disco articolare, una struttura biconcava che migliora la congruità delle superfici articolari, evita il contatto osso-osso e riduce la concentrazione degli stress di contatto in un punto dell’articolazione. Le strutture ossee sono stabilizzate dalla capsula articolare e sostenute dai legamenti durante i movimenti della mandibola.

Il paziente con TDM può riferire dolore a livello dell’articolazione temporo mandibolare e ai muscoli masticatori, limitazione articolare in apertura e traslazione laterale della bocca, crepitii e ‘click’ articolari, mal di denti, ma di testa, ronzii e fischi alle orecchie ma anche affaticamento della vista, difficoltà a mettere a fuoco gli oggetti, cervicalgia, capogiri e vertigini.

Tutti i sintomi sopraelencati possono intensificarsi in presenza di eventi quali stress psico emozionale intenso, il serrare i denti in maniera esagerata o mangiare cibi particolarmente duri; mentre possono migliorare con il riposo, con applicazione di calore sulle zone dolenti o assunzione di analgesici non steroidei.

Le cause dei disordini temporo mandibolari non sono ancora ben definite. Le ipotesi riguardano fattori genetici, anatomici e ormonali associati a traumi, variazioni occlusali, digrignamento eccessivo dei denti (bruxismo), serraggio dei denti e alla componente psico-sociale.

Nel 70% dei pazienti che mostrano una sintomatologia legata all’articolazione temporo mandibolare, è presente una dislocazione del disco. Nel momento in cui il disco esce dalla sua posizione corretta vi è spesso contatto osseo delle superfici articolari, il quale da inizio ad una usura sull’articolazione che è la causa primaria del peggioramento della patologia.

Al presentarsi dei sintomi è importante rivolgersi al proprio fisioterapista di fiducia che provvederà ad eseguire un’anamnesi, un esame obiettivo e vari test per individuare la disfunzione e impostare un percorso riabilitativo, con lo scopo di ridurre il dolore oro facciale, migliorare il range articolare dell’ATM e ristabilire un corretto equilibrio tra le varie forze muscolari.

A tal fine può essere eseguita una mobilizzazione dell’ATM in tutti i piani di movimento con tecniche intra ed extra buccali, un trattamento manuale del tratto cervicale e dorsale, un trattamento dei muscoli masticatori e relativi trigger-point, anche con l’ausilio di macchinari all’avanguardia quali Tecar e Laserterapia.

Al trattamento manuale potranno essere combinati degli esercizi attivi di stretching, di mobilità e rilassamento della regione mandibolare/cervicale ed esercizi posturali che il paziente potrà proseguire anche a casa per evitare recidive future.

FT Gabriele Simeone


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Spesso sentiamo parlare di ginnastica posturale, un termine che subito ci fa pensare ad un tipo di attività collettiva che prevede una serie di esercizi e che viene svolta nelle palestre.

Questo nel momento in cui un medico ci prescrive delle sedute di rieducazione posturale individuale non ci permette di capire l’importanza dell’individualità del trattamento e della necessità che sia eseguito da un fisioterapista qualificato. Naturalmente c’è una differenza sostanziale tra esercizi di ginnastica, impropriamente definiti posturali, ed una seduta di rieducazione posturale globale.

Confort, Postura e Dolore

Per iniziare è utile definire la parola postura: è l’atteggiamento abituale di una persona, determinato dal tono di gruppi di muscoli a vocazione statica che si oppongono alla forza di gravità. La postura è l’adattamento individuale all’ambiente fisico, psichico ed emozionale (Treccani).

Questa breve definizione sottolinea già l’aspetto dell’unità somato-psichica ossia la relazione tra la sfera fisica del corpo e la sfera emozionale: una persona timida o schiva avrà un atteggiamento posturale più chiuso rispetto ad una persona spavalda e sicura di se che andrà in giro a testa alta e petto in fuori.

L’altra informazione fondamentale che ci da la definizione è che ogni giorno i nostri muscoli antigravitari combattono durante tutto l’arco della giornata contro la forza di gravità. Questo fa si che la fisiologia, l’anatomia e la patologia di questi gruppi muscolari sia diversa da quella dei muscoli dinamici(quelli che entrano in azione nei movimenti di maggiore ampiezza). I muscoli antigravitari sono muscoli ricchi di fibre a contrazione lenta, tessuto connettivo e mitocondri (che sono la centrale energetica delle fibre e devono essere numerosi per mettergli di lavorare h 24).

Un’altra discriminante del nostro atteggiamento posturale è il confort. Ovvero il nostro sistema autonomo trova dei piccoli aggiustamenti posturali (che modificano la posizione delle articolazioni e la lunghezza muscolare) per far si che durante la giornata non sentiamo vari doloretti o dolori più importanti(magari dovuti ad un trauma).

Questa strategia inconscia fa sì che riusciamo a svolgere le nostre attività quotidiane senza troppi fastidi ma a che prezzo? Il prezzo è la perdita dell’armonia delle relazioni tra i vari segmenti corporei ed una modificazione della struttura fisica la quale comporta una modificazione della funzione (movimento di testa e collo, respirazione, movimento delle braccia o schema del passo a seconda del livello compromesso).

Tale cambiamento porta all’accorciamento ed alla rigidità dei muscoli antigravitari che porta a diminuzione della funzione dinamica, sensazione di debolezza muscolare, compressione articolare e quindi alla comparsa della sintomatologia dolorosa. È dunque evidente che un dismorfismo causi a lungo andare una problematica dolorosa, infatti statisticamente l’80% dei problemi dolori nasce da un dismorfismo.

La proposta terapeutica dell’RPG (riabilitazione posturale globale)

Il dolore quindi deriva da un cambiamento posturale che ha determinato un accorciamento dei muscoli antigravitari ed una modifica della struttura di una o più articolazioni che ora sono più compresse del normale.
Sembra evidente che gli obbiettivi del trattamento debbano essere:

  • Decompressione articolare
  • Allungamento dei muscoli accorciati
  • Ripristino dell’armonia articolare e della funzione

Durante la seduta il fisioterapista lavora con il paziente (che fa un lavoro attivo) tramite delle posture che evolvono in maniera progressiva e permettono grazie alla manualità del terapista ed alla collaborazione del paziente di allungare in maniera progressiva i muscoli accorciati, di correggere l’articolazione che da dolore e di riarmonizzarla in rapporto alle articolazioni vicine e lontane qualora mostrassero relazione con la zona del dolore (concetto di globalità: l’errata posizione della spalla può dare dolore alla cervicale). La progressione dolce ed armonica della postura e la manualità del terapista permettono:

  • di tenere sotto controllo il sintomo del dolore durante la seduta
  • una maggiore sicurezza per l’integrità di muscoli e articolazioni
  • mantenimento dei risultati

Applicazioni dell’RPG

La riabilitazione posturale globale trova larga applicazione a tutte le problematiche dolorose della colonna ed ai problemi ad essa correlati ma è applicata anche a tutte le problematiche dolorose articolari:

  • patologie cervicali e sintomi correlati (ernie, formicolio degli arti superiori, vertigini, cefalea)
  • Ipercifosi o dorso piatto
  • Iperlordosi o rettilineizzazione del rachide lombare
  • Ernie Lombari
  • Sciatalgia
  • Scivolamenti vertebrali (listesi)
  • Dolori delle grandi e piccole articolazioni: spalla, gomito, polso, anca, ginocchio, caviglia

Riassumendo abbiamo dei muscoli statici che opponendosi alla forza di gravita ed alla forza dei muscoli dinamici ci permettono di mantenere il corpo in equilibrio ed in posizione corretta. Quando questo equilibrio viene meno il corpo si deforma, i movimenti sono frenati e compare la sintomatologia dolorosa. L’RPG si pone l’obbiettivo eliminare il dolore restituendo l’armonia strutturale del nostro corpo.


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L’ernia del disco è il risultato della fuoriuscita, dalla sua sede naturale, del nucleo polposo contenuto all’interno del disco intervertebrale; quest’ultimo rappresenta una sorta di cuscinetto ammortizzatore interposto tra una vertebra e l’altra.

Il nucleo polposo è costituito da tessuto spugnoso e, a sua volta, è contenuto in un involucro di cartilagine (anello fibroso). Il ruolo dell’anello fibroso è quello di tenere il disco intervertebrale ancorato alle sue due vertebre. Il nucleo polposo, quindi, viene a contatto con le strutture nervose contenute nel canale spinale (midollo spinale e radici).

In rapporto al grado di fuoriuscita del nucleo, abbiamo:

  • ernia contenuta: quando il disco presenta una sporgenza circoscritta nel canale vertebrale (l’anello è sfiancato ma non completamente rotto) e il nucleo polposo non ha superato il legamento longitudinale posteriore;
  • ernia protrusa, da non confondere con la protrusione: è una vera e propria ernia, che consiste nello spostamento parziale del nucleo, a livello del midollo spinale, che quindi rompe le fibre dell’anulus e il legamento posteriore, ma lo stesso nucleo rimane, seppur in parte, attaccato al centro del disco nel quale alloggia normalmente;
  • ernia espulsa o migrata: quando vi è rottura dell’anello fibroso e fuoriuscita nel canale vertebrale di materiale discale che va a migrare sotto o sopra la vertebra vicina.

L’ernia può interessare dischi dei tratti cervicale, dorsale o lombo-sacrale della colonna vertebrale:

a livello cervicale comporta solitamente dolore al collo e alla spalla, irradiato al braccio; a livello dorsale  può provocare dolore dorsale e dolore intercostale; mentre l’ernia lombare porta in genere dolore nella bassa schiena (lombalgia) che spesso prosegue fino all’arto inferiore, quindi può coinvolgere anche glutei, coscia, gamba e piede (sciatalgia). 

L’irritazione nervosa può comportare, inoltre, ipoestesia e parestesia lungo tutto il decorso del nervo compresso.

Tra le possibili cause dell’ernia del disco possiamo trovare:

  • alterazioni posturali
  • traumi 
  • cicatrici
  • Osteoporosi
  • Sollevamento di carichi eccessivi 
  • Posture scorrette sul posto di lavoro

Naturalmente anche l’invecchiamento, la perdita di elasticità dei dischi intervertebrali e il deterioramento della colonna aumentano le probabilità che si sviluppi un’ernia del disco.

Oltre a una visita medica ortopedica o fisiatrica, possono essere utili radiografia, risonanza magnetica o TAC della colonna vertebrale. 

Nella maggior parte dei casi è sufficiente ricorrere ad un trattamento conservativo (riposo, fisioterapia e farmaci) per ottenere la scomparsa della sintomatologia dolorosa.

Per quanto riguarda la fisioterapia si ricorre solitamente all’uso di mezzi fisici  per togliere l’infiammazione: quelli d’elezione sono la Tecarterapia, il Laser, la TENS, l’Ipertermia e gli Ultrasuoni.

Superata la fase acuta si può procedere con la Ginnastica Posturale che mira ad allungare, rendere più elastica e flessibile la muscolatura e la colonna stessa per ottenere, anche mediante dei “pompage”, una decompressione della radice nervosa interessata. 

È necessario tuttavia sottolineare che il protocollo riabilitativo può variare a seconda della soggettività del caso trattato.

Ad ogni modo se l’ernia causa disturbi neurologici e motori sempre più gravi e tali da compromettere lo svolgimento delle attività quotidiane, è necessario intervenire chirurgicamente.

 

 

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Saremo a vostra disposizione per qualsiasi informazione sui costi e sul programma di cura più adatto a te.

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Cos’è e come si cura.

L’epicondilite, meglio conosciuta come “Gomito del tennista”, è un’infiammazione acuta e molto dolorosa che interessa l’inserzione sull’osso del gomito dei muscoli epicondilei, che sono quelli che permettono l’estensione delle dita e del polso.

L’infiammazione dell’epicondilo può manifestarsi quando si compie un movimento ripetitivo e prolungato nel tempo al quale non si è abituati che costringe a contrarre continuamente i muscoli dell’avambraccio. L’epicondilite è una patologia piuttosto frequente infatti nelle casalinghe, nei pianisti, in chi lavora molte ore con il computer. L’elemento comune è rappresentato da un eccessivo utilizzo dei muscoli estensori delle dita e del polso.

Il sintomo principale è il dolore spontaneo, che aumenta molto alla pressione sulla zona dell’epicondilo e a volte tende ad irradiarsi sull’avambraccio, rendendo difficili anche le attività quotidiane.

Il dolore non regredisce mai spontaneamente; occorre smettere di effettuare sia il movimento che l’ha provocato, sia ogni altro sforzo che provochi dolore.

Può essere utile applicare del ghiaccio sulla parte interessata, assumere farmaci antinfiammatori e, a volte, utilizzare un tutore. Tutti rimedi, però, che possono solo aiutare a ridurre un dolore allo stadio iniziale, ma non ad eliminare l’epicondilite.

Se persiste la sintomatologia dolorosa è consigliabile effettuare della fisioterapia adeguata il prima possibile, per evitare fenomeni di cronicità, che possono allungare di molto la guarigione.

I trattamenti fisioterapici più efficaci sono la tecarterapia sulle inserzioni tendinee lungo le fasce dei muscoli interessati, la laserterapia per lo spiccato effetto antalgico, antinfiammatorio e biostimolante, gli ultrasuoni, le onde d’urto e l’ipertemia, a seconda della specificità del caso trattato.

Nel caso in cui le terapie strumentali non abbiano condotto ad alcun successo, si ricorre alle infiltrazioni cortisoniche, una alla settimana per tre settimane.

È tuttavia importante una valutazione accurata del dolore e del paziente in quanto può succedere che ciò che viene diagnosticato come epicondilite sia in realtà un dolore irradiato del tratto cervicale.

Infatti, poiché dal tratto cervicale fuoriescono le radici nervose che innervano tutto l’arto superiore, una disfunzione di movimento delle vertebre cervicali può provocare un mal scorrimento delle radici nervose che a loro volta proiettano dolore nel braccio, avambraccio, polso o mano.

È quindi consigliabile, per una diagnosi precisa, effettuare una visita ortopedica o fisiatrica o una valutazione fisioterapica.

 

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La fascite plantare è un’infiammazione della fascia plantare, detta anche aponeurosi plantare o legamento arcuato: si tratta di una robusta fascia fibrosa che collega la zona mediale del calcagno con la radice delle dita del piede.

Tale legamento è importante nella trasmissione delle forze del tricipite surale alle dita. Le sue caratteristiche visco-elastiche consentono di trasmettere l’energia derivante dall’esecuzione dei passi o dei salti, fornendo una spinta propulsiva.

La fascite plantare è la prima causa di dolore al tallone ed è una delle patologie di più frequente riscontro negli studi di Fisiatri e Ortopedici. Circa il 10% delle persone ne sono colpite  durante il corso della loro vita.

Quando, nel corso del ciclo del cammino, il piede si eleva sulle punte, col tallone sollevato dal suolo, la fascia plantare si distende: è facile intuire come continui movimenti che creino eccessive sollecitazioni a questo livello possano determinare una infiammazione della fascia. Nel mondo sportivo questa patologia è particolarmente frequente nel running, calcio, basket, rugby, danza, atletica leggera, ovvero in quegli sport che comportano spinte e salti che vanno a determinare un sovraccarico funzionale della fascia plantare.

 

Fascite plantare distale e prossimale

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L’infiammazione e dolore possono localizzarsi a livello del calcagno, e in questo caso la patologia prende il nome di fascite plantare prossimale, oppure, più anteriormente, a livello del mediopiede, e in questo caso si parla di fascite plantare distale. In genere il dolore insorge

a livello del calcagno e, in assenza di trattamento, può estendersi prossimalmente migrando lungo l’avampiede fino a interessare tutta la pianta del piede, col risparmio delle sole falangi distali.

 

Cause 

Molteplici cause in genere contribuiscono all’insorgenza della fascite plantare.

particolari conformazioni anatomiche del piede: piede piatto o piede cavo.

Avere un piede piatto o cavo altera l’equilibrio delle forze fisiologiche che agiscono durante il cammino. Questo può accentuare le sollecitazioni sull’aponeurosi plantare.

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  •  calzature inadeguate : indossare scarpe troppo larghe o troppo strette; eccessivamente morbide o rigide;
  •  sovrappeso e obesità : statisticamente le persone in sovrappeso o obese sono più soggette perché il piede deve sostenere l’intero corpo e questo aumenta le sollecitazioni sulla fascia plantare. Ad aumentare ancora di più i rischi è l’aumento di peso in breve tempo. Anche le donne in gravidanza sono soggette a questa patologia.
  •  sesso : statisticamente essere donna comporta un rischio maggiore; durante la gravidanza è più frequente sperimentare episodi di dolore acuto;
  •  attività fisica troppo intensa, sproporzionata o eccessiva rispetto al carico di allenamento abituale: una categoria a rischio sono gli sportivi che percorrono lunghe distanze di corsa o svolgono movimenti che sollecitano molto la fascia plantare come salti o scatti. Anche chi svolge lavori molto attivi o che prevedono di rimanere a lungo in piedi possono essere colpiti da questo disturbo.
  •  ipostenia (debolezza) dei muscoli della gamba : se i muscoli lavorano poco e male, il legamento arcuato sarà maggiormente sollecitato.

La fascia si allunga tutte le volte che ci solleviamo sulle punte e questo stiramento è tanto maggiore quanto il movimento è vigoroso. Più velocemente avviene lo stiramento e più è probabile che avvengano lesioni rappresentate da micro- rotture di alcune fibre che formano la fascia. Queste lesioni solitamente sono impercettibili e per nulla gravi ma necessitano di tempi piuttosto lunghi per essere riparate ma a lungo andare la ripetizione delle sollecitazioni porterà alla degenerazione del legamento e all’infiammazione.

La situazione che si verifica invece durante il riposo è l’opposta, i piedi sono rilassati e quindi il legamento arcuato si accorcia. Nel momento in cui si prova a camminare, il tessuto fibroso tende a rimanere contratto e per questo si prova dolore. Con il passare del tempo il movimento ne stimola l’allungamento favorendo così la regressione del dolore.

 

Sintomi

Il sintomo principale è il dolore alla pianta del piede, principalmente localizzato nella parte interna del tallone ma che può estendersi alla parte centrale del piede e all’avampiede fino a interessare l’intera pianta del piede a esclusione delle falangi distali.

Spesso il dolore si presenta in modo più severo al mattino, appena scesi dal letto oppure dopo lunghe pause in cui si resta immobili e tende a ridursi o persino scomparire a una dolce e progressiva mobilizzazione per poi ricomparire dopo uno sforzo, che può essere rappresentato da una corsa, lunghe passeggiate o semplicemente al termine della giornata.
Può manifestarsi come una “fitta”, molto intensa e di breve durata, oppure di più lieve entità ma più prolungata nel tempo.

Bisogna sottolineare che questo dolore, se trascurato, tenderà a trascinarsi nel tempo; è , dunque, importante diagnosticare e trattare tempestivamente questa patologia.

Se nel corso della fascite la fascia plantare continua ad essere stressata, questa puòarrivare alle micro-lesioni e poi addirittura a rompersi.
Tipici segni e sintomi della rottura della fascia plantare includono un clic o un rumoredi schiocco, un significativo gonfiore e un dolore acuto localizzato alla pianta del piede.

 

Diagnosi

Gli specialisti cui rivolgersi sono in primis il Fisiatra e l’Ortopedico. Nella maggior parte dei casi sono sufficienti una adeguata raccolta anamnestica e un attento esame clinico. Il medico dovrà escludere tutte le altre cause di dolore al tallone e, nei casi dubbi, potrà richiedere l’esecuzione di esami strumentali quali una Radiografia del piede, una TC o una Risonanza Magnetica.

Per la diagnosi di fascite plantare il medico valuterà:

  • eventuale presenza di edema, eritema, tumefazione
  • articolarità
  • tono, trofismo e forza muscolare
  • riflessi osteotendinei
  • sensibilità tattile

 

Terapia e cure

La maggior parte dei casi di è responsiva al trattamento conservativo. I principali rimedi per la fascite plantare a nostra disposizione sono:

  • riposo: evitare per qualche settimana le lunghe camminate, il rimanere a lungo in piedi e gli allenamenti intensi. Questo ridurrà l’infiammazione locale.
  • applicazione di ghiaccio locale: utile durante i periodi di riacutizzazione. Va applicato 3 o 4 volte al giorno per 10 minuti.
  • farmaci anti-infiammatori e anti-dolorifici: sia da assumere per via orale che da applicare localmente. Agiscono sulla causa, l’infiammazione!
  • ciclo di onde d’urto: questa terapia fisica è particolarmente indicata ed efficace. Sono necessarie in genere 3 sedute e l’effetto è apprezzabile al termine del ciclo. Il meccanismo d’azione è legato allo stimolo trofico sulla formazione di nuovi capillari sanguigni, in grado di eliminare le scorie nocive responsabili del processo infiammatorio.
  • altre terapie fisiche: sono efficaci anche ultrasuoni, ionoforesi, fonoforesi e massaggi.
  • esecuzione di esercizi di stretching: questo aiuta a distendere i tessuti adiacenti la regione infiammata,a ridurre il dolore e velocizzare i processi di guarigione.
  • indossare calzature adeguate ed eventualmente plantari: queste  riducono lo stress sulla fascia plantare, promuovono il processo di guarigione e minimizzano le probabilità riacutizzazioni della patologia.

Se le terapie conservative non hanno avuto successo, la patologia  può essere trattata chirurgicamente.

 

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La tendinite della zampa d’oca è un’infiammazione di tre tendini situati nella parte interna e posteriore del ginocchio: tendine del muscolo  sartorio, semitendinoso e gracile. Questi tendini stabilizzano l’articolazione, flettono la gamba e la intraruotano. Sotto i tendini della zampa d’oca si trova una borsa sinoviale.

È una delle più frequenti sindromi dolorose dei tessuti molli che colpiscono il ginocchio. Soprattutto negli sportivi che praticano la corsa, il ciclismo e lo step . È più comune nelle donne, negli obesi, nei pazienti affetti da valgismo del ginocchio e nei pazienti con diabete di tipo 2. La borsite cronica è comune nei pazienti con artrite reumatoide o malattia degenerativa delle articolazioni.

I sintomi classici sono il dolore e il bruciore nella zona bassa e interna del ginocchio, dove i tendini si inseriscono sulla tibia. Quando il disturbo comprende anche la borsa si parla di borsite e la zona appare edematosa. Il dolore è avvertito anche in condizioni di riposo, talvolta anche nel corso della notte, salendo o scendendo le scale oppure camminando su superfici piane.

Traumi ripetuti ed eccessivi stress in valgo o in rotazione del ginocchio o una contusione diretta possono causare borsiti e tendiniti dovute all’attrito dei tendini sulla borsa.

Per ridurre il dolore è necessario il riposo, come per tutte le tendiniti, e può essere di aiuto l’applicazione del ghiaccio. La fisioterapia, volta a togliere il dolore e a ridurre l’infiammazione, prevede la tecarterapia, il laser e, una volta terminata la fase acuta, si può iniziare lo stretching dei muscoli degli arti inferiori per evitare recidive. In alcuni casi si può ricorrere anche alla somministrazione di farmaci antinfiammatori non steroidei e/o alle iniezioni di corticosteroidi.

Maria Mercuri


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Cicatrici: ti sei mai chiesto perché dopo diverse terapie e un periodo di benessere, il dolore si ripresenta senza che questo sia legato ad una lesione specifica?

Molto spesso è dovuto alla presenza di cicatrici recenti o passate, che sono ancora ‘attive’ o patologiche. Ciò perché sul piano funzionale, una cicatrice può disturbare la qualità del movimento ostacolando le vie di guarigione del corpo.
Vediamo come.

 

Tutte le strutture del nostro corpo (ossa, muscoli, nervi, etc) sono circondati da tessuto connettivo che ha il compito di sostenerli e proteggerli. Questo tessuto connettivo viene definito fascia, una rete tridimensionale molto importante da un punto di vista funzionale, in quanto, essendo elastica ogni trazione, ostacolo o stiramento a livello locale si ripercuote sull’intero sistema.

I tessuti del corpo sono organizzati in vari strati che grazie alla fascia scorrono gli uni sugli altri garantendo funzioni di supporto, metaboliche e di stabilizzazione meccanica. In seguito ad una ferita, la cute e i tessuti più profondi vengono lesionati, innescando così meccanismi di riparazione con formazione di tessuto fibroso da parte di cellule specializzate, che permette la guarigione della ferita.

Anche quando il chirurgo esegue un intervento chirurgico incide più strati e li sutura insieme, causando la formazione di un fulcro che limita la distensione della fascia. Questa zona, in cui si crea un’alterazione della circolazione sanguigna, linfatica e le terminazioni nervose vengono bloccate, viene definita aderenza cicatriziale.

Una cicatrice provoca danni meccanici tanto maggiori quanto più importanti sono le aderenze cutanee e sottocutanee ed a seconda della sua posizione sul corpo.

Si parla di una cicatrice di “buona qualità” quando questa è morbida, di un colore simile alla cute circostante, poco evidente, non dolente e non aderente ai tessuti più profondi.
Non sempre però la cicatrice è di buona qualità. Si può formare una cicatrice che si presenta rossa, dura e in rilievo ma che non oltrepassa i limiti della ferita iniziale, con dolore e prurito, che viene definita cicatrice ipertrofica; una cicatrice che presenta tessuto fibroso in eccesso che ricopre una superficie maggiore della ferita che l’ha causata che prende il nome di cicatrice cheloidea (cheloide); una cicatrice leggermente avvallata a causa di tessuto cicatriziale insufficiente, che in alcuni casi può causare la riapertura di ferite che sembravano rimarginate, definita cicatrice atrofica; una cicatrice caratterizzata da retrazione cutanea con riduzione della superficie che ha come sede tipica aree articolari sottoposte a flessione o estensione e che provoca deficit funzionale chiamata cicatrice retraente.

Infine la cicatrice distrofica che si ha quando la cicatrizzazione non si completa a causa di problemi locali di circolazione sanguigna, infezioni, diabete, alcune malattie metaboliche o endocrine, stati di denutrizione o l’assunzione di alcuni farmaci come i corticosteroidi.

Ed ecco che le cicatrici derivate da interventi quali appendicectomia, taglio cesareo, laparoscopia, meniscectomia, discectomia, protesi di anca o ginocchio, artroscopia ad arti superiori e inferiori, interventi chirurgici al cuore, solo per citarne alcune, possono provocare lombalgie, dolori musoloscheletrici, problematiche organiche e disordini posturali. Ciò avviene perché la presenza di aderenze con il tessuto sottostante si manifesta come un disturbo per il Sistema Nervoso Centrale che risponde con una serie di compensi, modificando la postura del corpo.

Il bambino, poiché in crescita, può avere maggiori conseguenze da questo punto di vista.

Il trattamento delle cicatrici prevede l’uso di diverse tecniche a seconda del caso: il massaggio connettivale per ridurre le aderenze con i tessuti sottostanti, la Cupping Therapy per favorire lo scollamento tessutale con l’effetto vacuum, la mio-fibrolisi (tramite strumenti detti fibrolisori di vari materiali), il Taping Neuromuscolare che, con effetto decompressivo, crea spazio tra i differenti tessuti, laser e ultrasuoni.

In seguito agli interventi chirurgici sopracitati è assolutamente consigliato oltre ad affrontare un percorso di fisioterapia, trattare le importanti cicatrici anche a distanza di anni dall’evento che le ha provocate, potendo così ripristinare l’elasticità dei tessuti e migliorare tutti gli effetti secondari provocati dalle aderenze della cicatrice oltre che migliorarne l’aspetto da un punto di vista estetico.


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