Blog

NEWS

No more posts
condropatia-rotula.jpeg

La condropatia rotulea è una delle tante condizioni patologiche che interessano l’articolazione del ginocchio.
Il termine condropatia indica una sofferenza del tessuto cartilagineo attorno all’osso.
È caratterizzata da un disallineamento della patella sul femore, solitamente verso l’esterno, provocando una iperpressione della stessa sul femore.

Durante la flessione del ginocchio, la rotula scorre su un canale tra i due condili femorali (gola intercondiloidea) in questo modo il movimento avviene in maniera fluida e indolore, con minimo attrito possibile.

Un’alterazione anatomica come una rotazione di tibia o un valgismo delle ginocchia altera questo rapporto anatomico, modificando la biomeccanica dell’articolazione e provocando una condizione predisponente a questo tipo di patologie.
Solitamente la rotula si decentra verso l’esterno creando attrito sul condilo femorale che a seguito di un sovraccarico funzionale genera, nei casi più lievi, scrosci articolari e infiammazione, nei casi più gravi un danno alla cartillagine fino a volte a fissurarla (condromalacia).

È una condizione che si verifica più di frequente in coloro che praticano determinate attività professionali o sportive trattandosi di una patologia che vede nel sovraccarico funzionale (vale a dire la ripetizione esasperata e continua nel tempo di determinati gesti o movimenti) una delle principali cause scatenanti.

La diagnosi di condropatia rotulea è essenzialmente clinica (dolore sotto la rotula, sensazione di scricchiolio durante la flesso-estensione del ginocchio, necessità di raddrizzare l’arto, difficoltà nell’accosciarsi);
la conferma viene dall’esecuzione di radiografie e risonanza magnetica; quest’ultima è anche in grado di determinare la gravità del quadro.

Un trattamento conservativo è sufficiente a risolvere il problema.

Gli obbiettivi della terapia sono come sempre la riduzione del dolore e dell’infiammazione, riduzione dell’edema ove presente, il recupero dell’articolarità e della funzionalità del ginocchio, il ritorno all’attività sportiva.

Prima fase: obbiettivo riduzione del dolore

Riposo, crioterapia e terapia strumentale come tecarterapia, laserx, ipertermia.

Seconda fase: Obiettivo recupero della forza, allineamento rotuleo (correzione di eventuali difetti posturali di valgismo o intrarotazione femorale)

Abbiamo già descritto che l’allineamento del ginocchio e i suoi disturbi sono sempre una conseguenza di alterazioni dell’anca e del piede, per questi motivi, per permettere al ginocchio di tornare a lavorare con la sua corretta dinamica è necessario, innanzitutto, sbloccare queste articolazioni e rimettere in equilibrio il bacino e la colonna vertebrale.

A seguire è particolarmente indicato è il potenziamento muscolare  in quanto il movimento della rotula (che in condizioni normali scorre sul femore senza toccarlo) dipende dal quadricipite.
Si agisce di solito sul vasto mediale poiché è il muscolo che medializza la rotula, e il rinforzo dei muscoli abduttori/extrarotatori dell’anca come piccolo e medio-gluteo.

Terza fase: ritorno all’attività sportiva.

Ripresa di un graduale allenamento in palestra, lavoro propriocettivo e ginnastica posturale.

 

Michela Freddi


lesione_legamenti-e1617710037301.jpeg

Il trauma distorsivo di caviglia è un fenomeno sub-lussativo dell’articolazione tibio-tarsica durante il quale il compartimento capsulo-legamentoso della caviglia viene fortemente stressato.

Il principale legamento che si occupa della stabilità laterale della caviglia è il legamento peroneo astragalico anteriore; i traumi più frequenti sono in inversione di caviglia, quindi è il legamento più soggetto a lesione.

Come tutte le patologie muscolo-scheletriche vengono classificate in base all’entità del danno. Per evidenziare il grado di lesione del P.A.A è opportuno fare un esame obbiettivo ed indagini strumentali quali ecografia o risonanza magnetica della regione in questione.

Possiamo evidenziare 3 gradi di lesione:

Grado 1: grado lieve. Stiramento capsulare di entità lieve. Dal punto di vista clinico il cassetto e il tilting astragalico sono assenti.

Grado 2: grado moderato. Le strutture articolari hanno subìto sollecitazioni importanti, sono presenti cassetto e tilting astragalico di entità moderata.

Grado 3: grave. Rottura capsulare e/o dei legamenti periarticolari, con cassetto e tilting astragalico marcato.  A volte necessitano di intervento chirurgico riparativo.

Si manifesta in acuto con dolore vivo, localizzato a livello della zona anteriore del malleolo peroneale, che insorge durante la palpazione, tumefazione modesta o cospicua a livello periarticolare ed articolare, segno della rottura della piccola arteriola passante al di sopra del legamento peroneo-astragalico anteriore (segno di Robert-Jaspert), limitazione funzionale causata dal dolore che il paziente avverte durante i movimenti dell’articolazione, instabilità dell’ articolazione tibio-tarsica.

La maggior parte dei traumi distorsivi meritano un iter riabilitativo conservativo.

Dall’applicare un trattamento conservativo si escludono quei traumi che hanno generato una lesione della struttura scheletrica (fratture scomposte e/o articolari) e se esista un quadro di instabilità grave della caviglia.

Trattamento conservativo delle lesioni di P.A.A

Nella fase acuta si immobilizza l’articolazione con un tutore o bendaggio, ghiaccio e scarico dell’arto. Passate 2/3 settimane si può iniziare a mobilizzare e drenare la caviglia. In questa fase l’obbiettivo principale è la riduzione del dolore e il recupero della funzionalità della caviglia. Ci avvaliamo a tale scopo di terapie strumentali quali tecar terapia e laser x o Power laser che ci consentono di accelerare i tempi di riassorbimento dell’edema e riparazione dei tessuti, agendo di conseguenza sulla riduzione del dolore.
Drenaggio e kinesi attiva e passiva per il recupero dell’articolarità completa e della funzionalità.

Nella seconda fase l’obiettivo è recuperare la forza muscolare e la stabilità della caviglia. Esercizi di rinforzo muscolare e di propriocettività ci permettono di rieducare la caviglia ad adattarsi in modo graduale alle sollecitazioni quotidiane fino a sostenere stress maggiori come la corsa, salti e terreni accidentati senza ricadere in eventuali recidive.

Terza ed ultima fase l’obiettivo è la stabilizzazione dei risultati. Iniziamo un allenamento in palestra con la supervisione dei nostri personal trainer per un ritorno all’attività sportiva in totale sicurezza.
Si propone pertanto un allenamento soggettivo e mirato per gli sportivi e non, inserendo il lavoro della caviglia in un lavoro globale mirato a correggere errori o compensi che potrebbero verificarsi durante l’esecuzione del gesto atletico ed educare ad una corretta distribuzione dei carichi sulle articolazioni.

 

 

 Michela Freddi


radicolopatia-a-1200x656.jpeg

La radicolopatia, chiamata anche radicolite o neuropatia radicolare, è una patologia a carico del sistema nervoso periferico.
E’ provocata da un sovraccarico di pressione acuto o cronico su una radice nervosa o nella zona adiacente della colonna vertebrale, oppure da un’infiammazione di una radice nervosa spinale all’uscita dal forame vertebrale.

Le CAUSE più frequenti sono le patologie degenerative a carico del disco intervertebrale (es. ernia del disco, protrusione, discopatia degenerativa multipla), spondiloartrosi (cervicale o lombare), traumi della colonna vertebrale, artrite, spondilolistesi, ipertrofia legamentosa, degenerazione delle faccette articolari.

Meno frequentemente masse spinali (ascessi epidurali, tumori, meningiti spinali) possono manifestarsi con sintomi radicolari anziché con gli usuali sintomi della disfunzione a carico del midollo spinale.Il diabete può provocare una radicolopatia dolorosa toracica o a carico delle estremità, dovuta all’ischemia della radice nervosa.
Anche patologie infettive possono colpire le radici nervose.

L’infezione da Herpes Zoster di solito causa una radicolopatia dolorosa con perdita della sensibilità a distribuzione dermatomerica e una caratteristica eruzione cutanea, ma può provocare anche una radicolopatia motoria con debolezza segmentale e perdita di riflessi.

I SINTOMI e i segni clinici della radicolopatia si manifestano sia nella sede di origine dell’infiammazione, sia lungo il nervo e zona muscolare corrispondente (dermatomero).
Nella fase acuta si presenta una intensa sensazione di dolore aggravata da alcuni movimenti della colonna vertebrale che provocano una compressione irritativa nella zona interessata (ad esempio la sciatalgia è causata da una radicolopatia del nervo sciatico che origina dal plesso lombosacrale), parestesia (formicolio), ipotonia muscolare, crampi, spasmi, stanchezza, fascicolazioni, deficit motori, fino ad arrivare all’abolizione dei riflessi (areflessia).
Nella maggior parte dei casi prevale il dolore, sintomi sensitivi e lievi sintomi motori.
Nei casi più gravi il dolore compromette la mobilità quotidiana del soggetto.

Se la compressione radicolare si ha a livello cervicale i sintomi sono irradiati a spalle, braccia e mani.
Se la compressione radicolare si ha a livello lombare i sintomi sono irradiati a glutei, gambe e piedi.

La DIAGNOSI di una radicolopatia viene fatta dal medico specialista (ortopedico, fisiatra, neurologo) che attraverso l’anamnesi, il racconto del paziente che può riferire sintomi di dolore, intorpidimento e debolezza coerente con la distribuzione di una determinata radice nervosa e l’esecuzione di vari test che evocano la sintomatologia, arriva a sospettare la presenza di una radicolopatia.

Per individuarne la causa sono necessari esami diagnostici come RX, Risonanza Magnetica, TC che evidenziano degenerazione, malattie artritiche o lesioni responsabili dei sintomi.
L’elettroneurografia e l’elettromiografia possono essere utili, invece, per valutare la velocità di conduzione nervosa e la funzionalità dei muscoli interessati.

 

Il TRATTAMENTO varia in base alla gravità della sintomatologia del paziente.

In questa fase è utile coadiuvare l’uso dei farmaci con la fisioterapia che attraverso terapie fisiche quali ULRASUONO, IPERTERMIA, TECARTERAPIA, LASERIX contribuisce a ridurre l’infiammazione e l’edema, ove presente, della zona interessata.

Successivamente alla riduzione del dolore e dell’infiammazione, sempre con l’aiuto del fisioterapista si lavora sulla mobilità articolare, ridotta dalla sintomatologia dolorosa, e sul ripristino di un equilibrio posturale e muscolare che dia stabilità e favorisca movimenti corretti.

Se il paziente, invece, presenta un dolore cronico gli antinfiammatori sono spesso solo parzialmente efficaci.

E’ utile invece, un lavoro conservativo con il fisioterapista per ottenere una decompressione articolare delle zone interessate, un atteggiamento posturale corretto e una tonicità muscolare che possa sostenere la struttura del paziente stesso.
Nei casi in cui il dolore è intrattabile può essere necessaria la decompressione chirurgica.

FT Gabriele Simeone


sindrome-faccette-articolari.jpg

Le articolazioni zigoapofisarie, intese comunemente faccette articolari, sono strutture ossee vertebrali situate in sede posteriore del rachide spinale formate dalle apofisi superiori ed inferiori di due archi vertebrali contigui. La funzione delle faccette articolari, insieme al disco intervertebrale con il quale costituiscono l’unità funzionale vertebrale, è quella di connettere le vertebre tra loro guidandone i movimenti come fossero le rotaie di un treno, e limitandone i movimenti oltre un certo limite.

La sindrome delle faccette articolari è una condizione dolorosa su base meccanica provocata da alterazioni a carico delle articolazioni zigoapofisarie.
Esse sono formate da due superfici articolari ricoperte da cartilagine ialina, una membrana sinoviale e una capsula fibrosa.
Vari studi istologici dimostrano una ricca innervazione delle faccette articolari, in particolare evidenziano la presenza di meccanocettori a livello della capsula articolare in grado di trasmettere informazioni nocicettive e stimoli propriocettivi.

Le CAUSE che possono portare le faccette articolari a generare dolore sono:

  • Una degenerazione della cartilagine articolare e dell’osso sottostante
  • Un eccessivo stiramento della capsula articolare
  • Un trauma che può provocare la lesione della capsula articolare o della membrana sinoviale portando ad una instabilità vertebrale
  • Uno stile di vita sedentario e una cattiva alimentazione
  • Malattie reumatiche (artrite reumatoide, spondilite anchilosante)
  • Movimenti ripetitivi in estensione che provocano microtraumi ripetuti sull’articolazione, portando infiammazione, edema, dolore e blocco articolare con conseguenti contratture muscolari. Solitamente questo succede in soggetti che svolgono una professione che prevede l’uso degli arti superiori sopra la testa o in alcuni sport.

Il persistere di una condizione infiammatoria può causare l’iniziale degenerazione articolare con conseguente sviluppo di erosioni cartilaginee, sclerosi subcondrale, ipertrofia delle faccette e formazione di osteofiti (becchi ossei) che crescono alla periferia dell’articolazione e comprimono i nervi adiacenti.

Tipicamente il dolore che origina dalle faccette articolari è ben localizzato, ma in alcuni casi può essere irradiato alle strutture adiacenti.
In particolare a livello cervicale il dolore può essere irradiato al collo, alle spalle, e può causare cefalea.
A livello toracico può essere presente dolore dorsale irradiato in regione laterale.
A livello lombare il dolore si può presentare in regione glutea, ai fianchi o lateralmente e posteriormente agli arti inferiori, raramente il dolore scende oltre le ginocchia.

Per individuare una sindrome delle faccette articolari si esegue un esame clinico che evidenzia la presenza di dolore paravertebrale evocato da una palpazione profonda a livello delle faccette articolari interessate, che peggiora in stazione eretta, nei movimenti di estensione e rotazione e che invece migliora in posizione seduta o in flessione del rachide, in assenza di segni neurologici radicolari.
Oltre l’esame clinico anche la diagnostica per immagini può aiutare ad individuare una sindrome delle faccette articolari.
In particolare la radiografia può fornire informazioni sulla conformazione delle faccette articolari stesse, la TAC fornisce informazioni anche sulle strutture adiacenti, la RM è utile per escludere altre patologie come le ernie discali e le alterazioni del disco.

Per quanto riguarda il TRATTAMENTO questo ha come obiettivo la riduzione dell’infiammazione e del dolore locale, il recupero della mobilità ed evitare che questa sintomatologia possa ripresentarsi in futuro.

All’interno del Centro Fisioterapico Aurelio utilizziamo macchinari di ultima generazione per ottenere la risoluzione della sintomatologia.
Tra questi il LASERIX , un laser ad alta potenza che produce un effetto antalgico rapido e duraturo, un effettio antinfiammatorio ed antiedemigeno attraverso una stimolazione biochimica e photoanabolica profonda.
Dopo aver ottenuto la riduzione del dolore e dell’infiammazione svolgiamo un trattamento manuale che ha l’obiettivo di restituire mobilità al tratto del rachide interessato, riducendo le tensioni muscolari.
Vengono svolti degli esercizi posturali che andranno a rinforzare la muscolatura profonda di tutto il rachide, facendo lavorare nel modo corretto tutte le varie strutture, ristabilendo il corretto bilanciamento delle forze muscolari.

Terminato il percorso riabilitativo è possibile svolgere un lavoro di mantenimento all’interno della nostra palestra, con un professionista dedicato che insegnerà a gestire nel modo corretto il proprio corpo attraverso esercizi mirati e personalizzati, per evitare che la sintomatologia possa ripresentarsi in futuro.

Gabriele Simeone


CentroFisioterapicoAurelio_news_10x8-2.jpg

Per vivere appieno il tuo benessere psichico prenditi innanzitutto cura del tuo benessere fisico!

Prenota un ciclo di 10 sedute da effettuare entro e il 28 Febbraio 2019 e anziché pagarne 10 ne pagherai 8.

In più se non hai una prescrizione e non sai quale sia la fisioterapia giusta per te, nei mesi di Dicembre, Gennaio e Febbraio ti offriamo la visita fisiatrica ad un prezzo scontato del 50% (anziché € 80,00 paghi € 40,00) se prenoti lo stesso giorno le sedute presso il nostro centro.

L’offerta è valida su tutta la fisioterapia fisica e manuale a fronte del pagamento anticipato di tutto il ciclo di terapia.

 

Richiedi un preventivo gratuito

Oppure, se preferisci, vieni a trovarci presso la nostra sede in via Sassello 26 e saremo lieti di rispondere alle tue domande.

Contattaci


 


CentroFizioterapicoAurelio_news_ernia_del_disco.jpg

L’ernia del disco è il risultato della fuoriuscita, dalla sua sede naturale, del nucleo polposo contenuto all’interno del disco intervertebrale; quest’ultimo rappresenta una sorta di cuscinetto ammortizzatore interposto tra una vertebra e l’altra.

Il nucleo polposo è costituito da tessuto spugnoso e, a sua volta, è contenuto in un involucro di cartilagine (anello fibroso). Il ruolo dell’anello fibroso è quello di tenere il disco intervertebrale ancorato alle sue due vertebre. Il nucleo polposo, quindi, viene a contatto con le strutture nervose contenute nel canale spinale (midollo spinale e radici).

In rapporto al grado di fuoriuscita del nucleo, abbiamo:

  • ernia contenuta: quando il disco presenta una sporgenza circoscritta nel canale vertebrale (l’anello è sfiancato ma non completamente rotto) e il nucleo polposo non ha superato il legamento longitudinale posteriore;
  • ernia protrusa, da non confondere con la protrusione: è una vera e propria ernia, che consiste nello spostamento parziale del nucleo, a livello del midollo spinale, che quindi rompe le fibre dell’anulus e il legamento posteriore, ma lo stesso nucleo rimane, seppur in parte, attaccato al centro del disco nel quale alloggia normalmente;
  • ernia espulsa o migrata: quando vi è rottura dell’anello fibroso e fuoriuscita nel canale vertebrale di materiale discale che va a migrare sotto o sopra la vertebra vicina.

L’ernia può interessare dischi dei tratti cervicale, dorsale o lombo-sacrale della colonna vertebrale:

a livello cervicale comporta solitamente dolore al collo e alla spalla, irradiato al braccio; a livello dorsale  può provocare dolore dorsale e dolore intercostale; mentre l’ernia lombare porta in genere dolore nella bassa schiena (lombalgia) che spesso prosegue fino all’arto inferiore, quindi può coinvolgere anche glutei, coscia, gamba e piede (sciatalgia). 

L’irritazione nervosa può comportare, inoltre, ipoestesia e parestesia lungo tutto il decorso del nervo compresso.

Tra le possibili cause dell’ernia del disco possiamo trovare:

  • alterazioni posturali
  • traumi 
  • cicatrici
  • Osteoporosi
  • Sollevamento di carichi eccessivi 
  • Posture scorrette sul posto di lavoro

Naturalmente anche l’invecchiamento, la perdita di elasticità dei dischi intervertebrali e il deterioramento della colonna aumentano le probabilità che si sviluppi un’ernia del disco.

Oltre a una visita medica ortopedica o fisiatrica, possono essere utili radiografia, risonanza magnetica o TAC della colonna vertebrale. 

Nella maggior parte dei casi è sufficiente ricorrere ad un trattamento conservativo (riposo, fisioterapia e farmaci) per ottenere la scomparsa della sintomatologia dolorosa.

Per quanto riguarda la fisioterapia si ricorre solitamente all’uso di mezzi fisici  per togliere l’infiammazione: quelli d’elezione sono la Tecarterapia, il Laser, la TENS, l’Ipertermia e gli Ultrasuoni.

Superata la fase acuta si può procedere con la Ginnastica Posturale che mira ad allungare, rendere più elastica e flessibile la muscolatura e la colonna stessa per ottenere, anche mediante dei “pompage”, una decompressione della radice nervosa interessata. 

È necessario tuttavia sottolineare che il protocollo riabilitativo può variare a seconda della soggettività del caso trattato.

Ad ogni modo se l’ernia causa disturbi neurologici e motori sempre più gravi e tali da compromettere lo svolgimento delle attività quotidiane, è necessario intervenire chirurgicamente.

 

 

Prenota la tua visita

Saremo a vostra disposizione per qualsiasi informazione sui costi e sul programma di cura più adatto a te.

Contattaci


 


nevralgia.jpg

Cos’è:

La Nevralgia di Arnold è un tipo di cefalea caratterizzata da episodi ricorrenti di crisi dolorose acute intense che originano in regione occipitale e possono estendersi alla parte anteriore del capo e alla regione oculare. 

Principali sintomi della Nevralgia di Arnold: 

  • episodi di dolore acuto e severo che origina dalla regione posteriore della testa ed esacerbato dai movimenti del tratto cervicale;
  • dolore che si estende all’occhio con visione offuscata;
  • fotofobia (fastidio alla luce);
  • fastidio ai rumori;
  • nausea e vomito;
  • disturbi dell’equilibrio.

 

Come:

La Nevralgia di Arnold o Nevralgia Occipitale è un tipo di cefalea occipitale causata dall’irritazione dei nervi grande e piccolo occipitale di Arnold.  Il nervo grande occipitale di Arnold origina dal ramo di divisione mediale della branca posteriore del secondo nervo cervicale (C2) ed è un nervo sensitivo deputato all’innervazione della cute e del cuoio capelluto della regione occipitale e dell’aponeurosi epi-cranica.

I soggetti affetti da Nevralgia di Arnold presentano crisi dolorose intense, unilaterali, intermittenti o continue, che originano in regione nucale e occipitale, fino a coinvolgere la parte anteriore del capo e la regione oculare. Aree della distribuzione sensitiva dei nervi grande e piccolo occipitale.

 

Sintomi: 

sintomi della nevralgia di Arnold comprendono episodi ricorrenti di dolore acuto e severo, di tipo pulsante o urente, descritto come tagliente, trafittivo, tipo scossa elettrica o pugnalata, che origina dalla porzione cervico-occipitale e si irradia anteriormente, seguendo il territorio di innervazione del nervo occipitale, fino a coinvolgere il sopracciglio e la parte posteriore dell’occhio. Quando il dolore si irradia a coinvolgere l’occhio è possibile la presenza di visione offuscata. Nella maggioranza dei casi il dolore è unilaterale, ma è possibile anche un dolore bilaterale specie se sono coinvolti entrambi i nervi occipitali.

La diagnosi di nevralgia di Arnold non è semplice, diverse affezioni portano come sintomo il mal di testa cronico. Quindi è necessaria una diagnosi differenziata, per non incorrere in una diagnosi diversa, con conseguenti tentativi di trattamento infruttuosi.

 

Cause:

La nevralgia di Arnold o nevralgia occipitale è causata da danni ai nervi occipitali, che possono derivare da traumatismi, stress fisici, contrazioni ripetute dei muscoli del collo, malformazioni del rachide cervicale, patologie degenerative-artrosiche o infiammatorie, conseguenze di complicanze mediche (es. osteo-condromi o altri tumori o metastasi che incrocino il decorso del nervo), trattamenti radioterapici al collo (anche dopo molti anni).

Il decorso del nervo occipitale di Arnold attraverso i muscoli della regione nucale è molto tortuoso: questo rende conto del fatto che la presenza di una contrattura muscolare (es. la contrattura del muscolo trapezio), di varia origine e anche in assenza di lesioni radiologiche a carico del rachide cervicale, può determinare la compressione del nervo ed essere causa sufficiente per determinare la sintomatologia dolorosa tipica della nevralgia occipitale.

Spesso la causa responsabile dell’irritazione del nervo occipitale resta comunque ignota, 

Le strutture anatomiche il cui danno è implicato nella patogenesi della nevralgia occipitale sono:

  • Lo spazio compreso tra la prima e la seconda vertebra cervicale (C1 e C2);
  • il legamento atlanto-assiale a livello dell’emergenza del ramo dorsale;
  • il bordo infero-laterale del muscolo obliquo inferiore del capo e la sua fascia di rivestimento;
  • la porzione profonda del muscolo trapezio nel punto in cui il nervo attraversa il muscolo;
  • l’inserzione del muscolo trapezio a livello della linea ducale superiore.

 

Diagnosi 

Fondamentale per la diagnosi di nevralgia occipitale è la clinica: una anamnesi scrupolosa e un attento esame obiettivo. Il dolore può essere evocato comprimendo una zona trigger che è il “punto di Arnold”, che corrisponde all’emergenza del nervo occipitale tra i muscoli nucali. 

Esami strumentali come: radiografia standard del rachide (Rx), risonanza magnetica nucleare (RMN)  possono rivelare la presenza di una causa organica ed escludere altre cause di cefalea, anche se spesso risultano non determinanti.

criteri diagnostici della Nevralgia Occipitale prevedono:

  1. Dolore unilaterale o bilaterale che soddisfi i criteri B ed E
  2. Il dolore è localizzato nella distribuzione del grande e del piccolo nervo occipitale
  3. Il dolore ha due delle seguenti tre caratteristiche:
    1. ricorrente in attacchi parossistici di durata da pochi secondi a minuti
    2. intensità severa
    3. lancinante, penetrante o trafittivo
  4. Il dolore è associato con entrambe le seguenti caratteristiche:
    1. disestesia e/o allodinia durante una innocua stimolazione dello scalpo e/o dei capelli
    2. una o entrambe le seguenti caratteristiche:
    3. dolenzia sulle branche del nervo affette
    4. zone grilletto all’emergenza del nervo grande occipitale o nell’area di distribuzione di C2
  5. Il dolore è attenuato temporaneamente dal blocco anestetico locale del nervo affetto.

Il dolore della Nevralgia occipitale, può raggiungere l’area fronto-orbitaria attraverso le connessioni inter-neuronali trigemino-cervicali nei nuclei spinali trigeminali. La Nevralgia occipitale deve essere distinta dal dolore occipitale riferito originante dalle articolazioni atlanto-assiale o dalle faccette articolari superiori o dalle zone grilletto dolenti dei muscoli del collo o delle loro inserzioni.

 

Trattamento 

Esistono diverse opzioni di trattamento per la Nevralgia di Arnold:

  • Trattamento farmacologico con FANS e anti-convulsivi, spesso questo è insoddisfacente o non sufficiente.
  • Manipolazioni, Fisioterapia, massaggi terapie fisiche per risolvere la contrattura muscolare.
  • Infiltrazioni di anestetici locali o corticosteroidi
  • Radiofrequenza con elettrodo elettrochirurgico: metodica, previo controllo radiologico, per produrre una termo-lesione del nervo.
  • Nei casi resistenti è possibile ricorrere all’intervento chirurgico, eseguito in anestesia locale, si seziona il nervo grande occipitale al di sotto della fascia dei muscoli nucali; la complicanza dell’’intervento è l’anestesia completa a livello del territorio di innervazione del nervo occipitale sezionato.

 

A chi rivolgersi:

In prima battuta è necessario eseguire una visita medica (fisiatra, neurologo o ortopedico), il quale formulerà la diagnosi avvalendosi, eventualmente, dell’ausilio di esami strumentali. Per il trattamento le figure di riferimento sono: l’Osteopata e il Fisioterapista.

Fonti: Trattato di Anatomia Umana Testut-Latarje; Atlante di Neuroscienze F.Netter; Internet Autori vari.

 

Contattaci per maggiori informazioni

Contattaci


Centro Fisioterapico Aurelio S.r.l. Via Deiva Marina, 38 00163 Roma - P.IVA 05099221003